30 marzo 2020

In questo assordante silenzio... parole sommesse, umili gesti di persone autentiche

Il Papa nel silenzio - Il Foglio

In questo assordante silenzio, che ci avvolge un po' tutti, tutti un po' spiazzati ed impreparati, tutti attraversati da dimenticati sentimenti, insicuri, impauriti, disorientati nelle nebbie che si allargano, tutti sbirciamo attorno a noi, e tutti vediamo e sentiamo.
Sentiamo tante parole e ragionamenti dai Politici di tutto il mondo, che guidano le Nazioni. E vediamo cosa fanno.
Cercano di fare il loro lavoro, parando i colpi imprevisti, cercando il meglio per il bene comune.

Sentiamo le riflessioni e le proposte degli Economisti e dei responsabili del Commercio, del Lavoro, dei Trasporti, dei Servizi.... Cercano anche loro di fare il loro lavoro, per limitare i danni, e garantire una ripresa, per evitare il collasso dei sistemi.

Vediamo e sentiamo i gesti e le parole, commossi, del Personale Sanitario, stremato, che in tutto il mondo lotta per salvare persone.
Cercano di fare il loro lavoro, rispondendo a questa impensabile emergenza, cercando il meglio per la salute di tutti.

Ma le persone, ogni persona, io... non ho bisogno solo di Politici, di Medici, di Responsabili di settore...
La società ha bisogno di politici e governanti, di lavoro, commercio, istruzione...
I nostri corpi malati hanno bisogno di medici e medicine, di alimenti e vestiti...

Io ho bisogno, in questo silenzio assordante, anche di altro.
Io non sono solo un cittadino, un consumatore, un lavoratore, uno studente, un corpo da curare.
Non ho bisogno solo di istruzioni per l'uso.
Io sono una persona, e come la famosa cerva che anela ai corsi d'acqua,
così io desidero, ho fame e sete di Dio, ho fame di senso.
La mia anima anela, desidera, ha fame e sete di parole di vita eterna.
I miei occhi bramano, ardono per vedere questa benedetta luce nelle tenebre.
Le mie mani tremano, brancolano per toccare realtà risorte e vive per sempre.

E quindi, dico grazie, grazie non solo ai politici, ai medici, a tutti coloro che con slancio e cuore puro si dedicano al bene della società, al bene dei lavoratori, alla salute dei nostri corpi.
Dico grazie anche a quegli autentici pastori, veri uomini e donne di Dio, che in questo assordante silenzio parlano e agiscono. Parlano non solo a parole, ma la loro vita parla di loro.

Coronavirus, il prete benedice le salme nella chiesa di Seriate

In questi giorni di assordante silenzio ho visto i volti di decine di sacerdoti, consacrati, consacrate e laici, spesso tra i necrologi. Commosso ho letto le loro storie, la loro vita. Un mare di bene finora umile e sconosciuto, che ora tragicamente è venuto alla luce. E nel buio, questa luce seminata per anni, si vede molto meglio. E questa luce di persone autentiche mi sazia, mi nutre, mi cura. Mi salva.
In questo stupendo e disgraziato mondo non c'è solo male, miseria, guerre, violenze, ingiustizie e cattiveria. C'è, c'è stato, ci sarà sempre un popolo di persone autentiche, che seminano bene, amore, bellezza, vita. Grazie, grazie sacerdoti, religiosi e religiose, medici e volontari, persone sconosciute eppur conosciute, che avete donato vita e bellezza e amore.

Questi quattro preti hanno celebrato messa sul tetto di una chiesa ...

In questi giorni di assordante silenzio ho visto, a partire da papa Francesco fino all'ultimo curato di campagna, cose mai viste. Ho letto commosso lettere e parole di vescovi e pastori al gregge loro affidato, parole di padri, parole di conforto e di incoraggiamento, parole di speranza, parole commosse e velate di lacrime, inchiostro di lacrime impastato. Grazie, grazie a voi vescovi e pastori, che non ci lasciate soli, ma parlate, agite e fate il vostro lavoro. Che salite sui tetti davanti alle madonnine, che piegate il capo davanti al crocifisso in piazze vuote, che vi inginocchiate nei cimiteri in mezzo ai nostri cari morti, che benedite umili file di fèretri in chiese silenti.
Coronavirus, i Vescovi italiani pregano nei cimiteri

Grazie, perchè vedo e sento di non essere solo.
Perchè mi dite e mi fate vedere che c'è speranza.
Perchè non scappate e non vi rintanate in uno sterile silenzio pauroso,
ma con coraggio e umiltà, con commozione e dignità, con compassione e paternità,
mettete davanti ai miei occhi, di dubbi e sofferenza velati, gli umili gesti vostri,
mettete dentro i miei orecchi, confusi da pianti e lamenti, le vostre parole sommesse.

Vescovo Milano prega Madonnina - Ultima Ora - ANSA

Non so quanto durerà questa amara e dura prova. Non so cosa accadrà di me, di noi, di tutti.
Non so tante cose, e non sta nelle mie mani controllarle e cambiarle. Solo accettarle.
Ma una cosa so: non sono solo su questa barca. Non siamo soli su questa barca.
Ci sono padri, madri, fratelli e sorelle che parlano e agiscono. Per la mia e la nostra salvezza.
E questo basta, per la mia anima.

Grazie anche per voi, sorelle e fratelli, sacerdoti e consacrati morti in questo mese di marzo, anno del Signore 2020. Ora non potete più parlare e agire, dormite nel sonno della morte.
Ma la vostra vita parla per voi. A voi che avete donato tanta vita, doni il Signore la resurrezione e la vita eterna.
I vostri nomi non sono solo scolpiti nella pietra, ma restano per sempre scritti nel libro della vita e tra le pieghe dei nostri cuori feriti:
don         Achille                  Baronio
mons.      Achille                  Belotti
don         Adriano                Locatelli
don         Agostino               Sosio
padre      Alberto                 Ferrero
don         Albino                   Aglio
don         Albino                   Sossa
padre      Alessandro           Baroni
don         Alessandro           Brignone
don         Alessandro           Longo
padre      Alfio                     Carnelli
padre      Andrea                 Agazzi

Coronavirus: 79 i sacerdoti morti, ecco i nomi e le storie

don         Andrea                 Avanzini
suor        Angelica               Cassetta
suor        Angelina               Ferranti
don         Angelo                  Bernini
don         Angelo                  Cretti
vescovo   Angelo                  Moreschi
don         Angelo                  Rossi
suor        Anna Maria          Casorio
suor        Annalbina             Paravati
suor        Annarosa              Manfredi
don         Anton                   Matzneller
don         Antonio                Di Stasio
don         Antonio                Mattioli
don         Antonio                Pantuliano
mons.      Antonio                Porcu
suor        Argenta                Brignoli
don         Arnaldo                Peternazzi
don         Bassiano               Travaini
don         Battista                Mignani
padre      Benedetto            Crotti
padre      Bernardo              Maines
suor        Bibiana                 Maccarinelli
don         Carlo                    Patti
suor        Casta                    Perazzolo
don         Cesare                  Concas
don         Cesare                  Meazza
suor        Chiara                  Forcella
padre      Cirillo                   Gheza
suor        Clarisa                  Rota
padre      Corrado                Stradiotto
padre      Cosimo                 De Monte
suor        Costantina            Ragnoli
suor        Crocifissa             Medici
suor        Defendilla            Bonacina
don         Diego                   Gabusi
don         Domenico            Gregorelli
don         Donato                 Forlani
suor        Edite                     Bartolini
padre      Edmondo              Zagano
don         Egidio                   Carniel

Coronavirus, 50 preti morti. Bergoglio: Pastori con l'odore di ...



don         Elio                       Piccari
suor        Emilia                   Scaperrotta
don         Emilio                   Perin
don         Emilio                   Simeoni
don         Ennio                    Zani
padre      Enrico                   Di Nicolò
don         Enrico                   Pagani
don         Enzo                     Zoppetti
don         Erasmo                 Mazza
don         Erwin                    Raffl
don         Ettore                   Persico
suor        Eufrosilla              Siquilberti
don         Evasio                   Alberti
don         Ezio                      Bisello
don         Fausto                  Resmini
padre      Fausto                  Torresendi
padre      Feliciano              Giovannini
don         Fermo                  Fanfoni
padre      Fiorenzo               Losi
don         Fiorenzo               Vittone
padre      Firmino                Cusini
suor        Florines                Amedi
don         Francesco             Nisoli
mons.      Francesco             Perico
padre      Francesco             Valdameri
don         Franco                  Carnevali
don         Franco                  Minardi
suor        Gabriella             
don         Gaetano               Burini
suor        Gennara               Locatelli
padre      Gerardo               Bottarelli
padre      Gerardo               Caglioni
don         Giacomo              Buscaglia
padre      Giampietro          Vignandel
don         Gian Pietro           Paganessi
don         Giancarlo             Nava
don         Giancarlo             Quadri
padre      Gianfranco           Verri
suor        Giannadele          Angeloni
suor        Giannalena          Nassini
don         Giantonio             Cogo
suor        Ginantonia           Ubiali
don         Gino                     Serafini
don         Giorgio                 Bocchi
don         Giorgio                 Bosini
padre      Giorgio                 Butterini
padre      Giorgio                 Rinaldi
padre      Giosuè                  Torquati
suor        Giovanna              Mauri
don         Giovanni               Bergamaschi
don         Giovanni               Boselli
don         Giovanni               Cerri
don         Giovanni               Cordani
don         Giovanni               Girelli
don         Giovanni               Picariello
don         Giovanni               Sassano
don         Giovanni               Tassano
padre      Giuliano               Beretta
mons.      Giuseppe              Aresi
don         Giuseppe              Berardelli
don         Giuseppe              Castelli
don         Giuseppe              Cattaneo
don         Giuseppe              Fadani
don         Giuseppe              Laruffa
padre      Giuseppe              Rizzi
don         Giuseppe              Scarpetti
fra           Giuseppe              Scintu
don         Giuseppe              Toninelli
don         Glauco                  Salesi
don         Graziano              Ceccolini
don         Guglielmo            Micheli
fra           Guglielmo            Saderi
don         Guido                   Mortari
don         Heinrich               Kamelger
padre      Kidane                  Berhane
suor        Laura                    Brognoli
suor        Leonilde               Pagani
don         Livio                     Cenini
don         Luciano                Anesi
padre      Lucio                    Gregato
don         Luigi                     Bosotti
don         Luigi                     Brigatti
don         Luigi                     Giussani
padre      Luigi                     Guccini
fra           Luigi                     Masseroni
don         Luigi                     Riz
don         Luigi                     Trottner
suor        Marcellisa            Barin
don         Marco                  Barbetta
don         Marco                  Granoli
suor        Maria                  
suor        Maria Adelaide    Apostoli
suor        Maria Annetta     Ribet
suor        Maria Caterina    Cafasso
suor        Maria Cristina      Fontes
suor        Maria Donatella  Reghenzi
suor        Maria Filomena   Licitra
suor        Maria Lucia          Bogliotti
suor        Maria Ortensia    Turati
suor        Maria Ulisia         Felici
suor        Maria Vincenza    De Gregorio
don         Mariano               Carrara
suor        Marilisa               Ceccato
don         Mario                   Bellicose
don         Mario                   Boselli
mons.      Mario                   Cavalleri
don         Mario                   Defechi
don         Mario                   Donadoni
don         Mario                   Salvioni
don         Michele                Damiani
don         Narciso                 Lain
padre      Nicola                   Masi
don         Nilo                      Gando
padre      Osvaldo                Salvi
suor        Ottilia                   Nava
don         Paolo                    Camminati
don         Pier Giovanni       Devoto
don         Pier Virgilio          Begni Redona
padre      Piergiorgio           Bettati
padre      Pierluigi               Dell'Amico
padre      Piermario             Tassi
don         Piero                    Betinzoli
don         Pietro                   Montali
don         Pietro                   Muggianu
padre      Pietro                   Zoni
padre      Pilade                   Rossini
don         Quinto                  Lombi
suor        Raffaella              Costanzo
don         Reinhard              Ebner
don         Remo                   Luiselli
padre      Remo                   Rota
suor        Renza Luigia        Seren
suor        Rinacarla             Lanfranchi
don         Rocco                   Calabrese
don         Salvatore              Cingari
don         Salvatore              Save
don         Salvatore              Tonini
don         Savino                  Tamanza
don         Serafino               Tosatto
suor        Silvana                
don         Silvano                 Sirtoli
don         Silvio                    Lai
padre      Stefano                 Coronese
don         Tarcisio                Avogadro
don         Tarcisio                Casali
don         Tarcisio                Ferrari
padre      Tarcisio                Stramare
padre      Tarcisio                Turrisi
don         Umberto              Tombini
don         Vincenzo              Rini
don         Vito                      Magri
padre      Vittorio                 Ferrari
don         Vittorio                 Ravera
don         Zenaldo                Del Vecchio

25 marzo 2020

20 anni dopo: "Eccomi, sono tuo servo Signore! Accada di me secondo la Tua Parola".

Risultato immagini per annunciazione del signore


20 anni fa, il 25 marzo dell'anno giubilare del 2000, nel giorno dell'Annunciazione, nella chiesa a forma di tenda del mio caro paese natale di Cicola (Bergamo), ero disteso per terra davanti all'altare, in mezzo alla mia cara comunità cristiana e tanti amici, e vivevo la mia Professione Perpetua, per sempre mi consacravo al Signore nella famiglia dei Missionari Passionisti, e ripetevo le parole di Maria: "Eccomi, sono tuo servo Signore! Accada di me secondo la Tua Parola".

E mi sentivo dire: "Il Signore porti a compimento in te l'opera che ha iniziato".

Sono passati vent'anni. Vent'anni di giorni, di luoghi, di volti, di gesti, di parole....
E mi trovo qui, oggi, come tanti, in quarantena, chiuso in casa, dove celebrerò questa festa e questo anniversario senza folla, da solo, celebrando davanti ad una telecamera, per raggiungere i miei parrocchiani nel mondo virtuale.

Fare la cronologia di questi venti anni è semplice: dieci anni a Milano, nella parrocchia di Santa Maria Goretti in via Melchiorre Gioia, dieci anni in Bulgaria, nella comunità cristiana di Belene.
Raccontare l'opera del Signore, in me ed anche attraverso di me in questi venti anni... richiederebbe qualche migliaio di pagine.

7 marzo 2020

L'epidemia falcia la vita di 60mila romeni e bulgari, e di tre Missionari Passionisti

padre Francesco Maria Ferreri
missionario in Bulgaria (1781-1813)
Altri tempi, altri volti, altre storie.
Correva l'anno 1813.
Siamo nell'Europa Cristiana di duecento anni fa, il primo ventennio del 1800, devastata e dilaniata dalle Guerre Napoleoniche (1800-1815), che provocarono la morte di oltre 3 milioni di soldati e oltre un milione e mezzo di civili, più altri milioni di europei sfollati e profughi.
Nei Balcani, l'ennesima guerra Russo-Turca (1806-1812), (l'ottava) tra l'impero Russo e l'impero Ottomano, con i Russi cristiani contro i Turchi mussulmani alleati dei Francesi cristiani...
Le armate Russe, dopo aver "liberato" tutto il nord della Bulgaria, se ne tornarono in Russia, dopo aver messo a ferro e fuoco e incendiato diverse città bulgare, tra cui Vidin, Nikopol, Svishtov, Russe, Silistra. Oltre alle distruzioni dei Russi, le distruzioni dei Turchi, ed i saccheggi di entrambi nei villaggi e nelle campagne.
Si calcola che circa 100.000 poveri bulgari del nord (tra cui anche molti nostri cattolici), fuggirono profughi al di là del Danubio: le frontiere erano chiuse... ma con barche di fortuna o sopra le acque ghiacciate l'ondata di profughi bulgari invase la Romania).
In questo contesto di profughi, morti, feriti, distruzione, spostamento di truppe e razzie, scoppia pure una terribile epidemia, la peste Caragea.
Il paziente zero, appartenente all'entourage del nuovo Principe di Valacchia, Ioan Caragea, la portò direttamente da Istanbul a Bucarest nella primavera del 1813. In pochi mesi provocò circa 60.000 morti. Nella sola Bucarest (che allora aveva 120.000 abitanti, i morti furono circa 30.000, cioè un quarto degli abitanti). Tra di loro... tre Missionari Passionisti:

Monsignor Francesco Maria Ferreri,
primo Vescovo passionista della Diocesi di Nicopoli
ed Amministratore Apostolico della Vallachia (1805-1813)
padre Raimondo Mornia (29/10/1813),
il vescovo Francesco Ferreri (03/11/1813),
e p. Pietro Maria Molinari (il 10/11/1813).

Propongo qui alla lettura una testimonianza dell'epoca, lasciataci dal mio predecessore, il parroco di Belene padre Carlo Romano.
Un resoconto che, in questi nostri tempi di epidemie, guerre, profughi... ci mostra di come poi nella storia tante cose, anche tragiche, si ripetono, ed i destini delle singole persone sono presi dentro in eventi più grandi di loro, che modificano o stravolgono la vita.
Certamente la testimonianza di questi tre passionisti italiani che, invece di tornarsene al sicuro nell'amena patria, scelgono di restare in mezzo alla loro gente, sia durante la guerra che durante la peste, dice molto.
Con le nuove norme per le canonizzazioni, potrebbero essere dichiarati seduta stante Santi Martiri della Carità, senza alcun ragionevole dubbio.
Nè la morte, nè la vita, nè la guerra, nè la peste,
ci potrà mai separare dall'amore di Cristo
e dall'amore verso il prossimo.

La peste del 1813-1814 e morte del vescovo e dei missionari.
Lettera di p. Carlo Romano cp
Belene, 30 ottobre 1841
(pubblicata in RSSP n. 32, Roma 1985, pp. 98-103)

Reverendissimo padre,
all'epoca del 1812 quattro Missionari Passionisti (p. Ercolani, p. Fedeli, p. Molinari, p. Mornia) trovavansi in Bulgaria insieme con monsignor Ferreri ad assister quella Cristianità.
Il Trattato di Bukarest del 1812 fra la Russia e la Porta Ottomana aveva posto fine a tutte le ostilità fra le due Potenze belligeranti e ridonata la pace a queste infelici provincie le quali, evacuate dalle truppe moscovite, respiravano un'aura propizia di serenità e di calma.
Divisi i missionari nei diversi villaggi cattolici, attendevano alle funzioni del loro ministero, ed instancabili vegliavano alla custodia del loro piccolo gregge.
Se il P. Fedeli abbandonò il suo posto per ritornarsene in Roma, annoiato forse dal modo di vivere a cui soggiace il missionario sempre esposto a timori, a persecuzioni, a travagli, don Michele Sancio, sacerdote svizzero, ordinato da monsignor Ferreri, rimpiazzollo prontamente, sacrificandosi con invincibile coraggio ad ogni genere di fatiche in vantaggio delle anime.
Quando più consolanti erano le speranze di un felice avvenire, manifestossi il terribile flagello della peste nella città di Bukarest.
Il barbaro sistema del governo mussulmano, di non adottare misure sanitarie onde impedire la comunicazione del contagio fra le province e le città, lasciò libero il campo al morbo micidiale di propagarsi in brevissimo tempo, e tutta la Bulgaria, e tutta la Vallachia dentro pochi mesi furono inondate dal pestifero morbo.
La fierezza con cui mieteva la vita dei miseri abitanti e desolava gl'interi paesi cresceva in proporzione del suo dilatarsi e le vittime della sua inesorabile crudeltà furono innumerevolissime.
La sola Bukarest contò 40 mila morti. Nelle altre città e paesi la strage fu per lo spazio di quasi due anni continui. Moltissime famiglie restarono affatto estinte, molte case affatto vuote di abitatori, rimanendo la sola memoria dei superstiti a certificare la loro passata esistenza. i cattolici ancora furon visitati dal flagello, malgrado le precauzioni adoperate, e molti furon preda della morte.
Il lutto, il pianto, la desolazione di queste sciagurate provincie può immaginarsi, ma non può descriversi. Appena ebbero i missionari il primo sentore del pericolo a cui erano esposti i loro fratelli, fatti coraggiosi dalla loro carità, determinarono di esporre la loro vita per lo spirituale vantaggio dei prossimi e offertisi in sacrifizio al Signore entravano intrepidi nel campo, aspettando da Dio o la Sua assistenza per soccorrer tanti miseri abbandonati, o la morte in premio della loro carità.
Volendo però a qualunque costo salvar la vita preziosa del vescovo, che vedevano tanto necessaria in sì terribili circostanze, gli persuasero con ogni sorta di ragioni a ritirarsi da Bukarest, già tutta attaccata dal morbo, in qualche villaggio non ancora infetto.
Il buon prelato, che più volentieri partecipato avrebbe alle opere di loro carità e di loro zelo, non si arrese così facilmente alle loro rimostranze, ma pregato altresì dai reverendi Padri Francescani, nel cui convento dimorava, a provvedere alla sua salute, si ritirò finalmente in Cioplea, quale ben presto restò invaso anch'esso dal contagio.
Intanto attaccati di peste i due Padri di San Francesco, che solo restati erano all'amministrazione della parrocchia di Bukarest, ne giunse la triste nuova a Monsignore, il quale compassionando lo stato di quei Padri e di tanti fedeli che morti sarebbero senza soccorso alcuno di Religione, vi spedì prontamente il Padre Mornia.
Giunto il missionario in Bukarest e mirando l'orrido spettacolo che presentava quella desolata città, ripiena di morti e di moribondi, non lasciò atterrirsi dal pericolo o sgomentarsi dalla fatica; si porta al convento, e trova i due Padri già vicini a spirare, li consola, li conforta, li assiste, e ministrati loro gli ultimi Sacramenti, in poco tempo muoiono ambedue.
E perché ciascuno si ricusava al pietoso officio di dar sepoltura ai loro corpi per timore di contrarre il morbo, il caritatevole Padre prestò da se stesso quest'ultimo tributo di pietà e di religione a quei deformati cadaveri.
Restato solo in quella grande città, si sarebbe detto che l'ardore inesauribile della sua carità ne moltiplicava la persona. Nelle case particolari, nei pubblici alloggi, negli ospedali, nelle piazze, nelle strade, da per tutto accorreva l'instancabile missionario ad assistere moribondi, a confessar peccatori, a riconciliare eretici ed amministrar sagramenti, a seppellir morti.
Chiamato di giorno, sollecitato di notte dalle grida compassionevoli di chi addolorato languiva e sfinito esalava l'ultimo spirito, da per tutto accorreva a portar consolazione, sollievo, conforto, non risparmiando e travaglio e fatica per giovare ai suoi fratelli e salvare le anime.
"Io sto sempre fra i cadaveri.", scriveva egli al Padre Ercolani, "Di cadaveri sono ingombre le strade e sono piene le case. Pur fra tanti cadaveri, ed in mezzo a tanto contagio, l'amoroso Signore mi conserva ancor sano e robusto; io desidererei abboccarmi un momento con voi, mio reverendo Padre, e colla vostra conversazione dissipare le tanto tetre e funeste impressioni da cui è tormentato il mio povero spirito».
Si assentò difatti per un istante da Bukarest per portarsi a Cioplea e rivedere il suo caro confratello per l'ultima volta, e spirar l'anima fra le sue braccia.
Vi trovò moribondo il sacerdote don Marino Razdilovich, missionario di Propaganda di nazione bulgaro, lo consolò con parole di tenerissimo interesse, ma non poté assistere alla sua agonia, perché fu sorpreso dal morbo micidiale .
Nel momento che sedeva alla povera mensa, scarsamente ristorandosi insieme col P. Ercolani, sentissi assalito da un veementissimo freddo, che tutte ne scuoteva le membra e traballar faceva il corpo. L'indizio della peste era troppo evidente. La scambievole consolazione cangiassi di repente in lutto, ma il P . Mornia, nulla sgomentato chiese all'istante di confessarsi. Ambedue reciprocamente s'amministrarono questo sagramento, quale venne ricevuto dall'uno e dall'altro come l'ultimo della loro vita, quindi aggravandosi il male si volle vestir dell'abito di Passionista, e coricatosi sopra un sacco di paglia, aspettava il momento di consumare il suo sagrificio.
Il padre Ercolani, temperando il dolore che gli straziava il cuore per vedersi ormai privo di questo amato confratello, volle assisterlo fino all'ultimo istante, gli ministrò il Viatico e l'Estrema unzione, quale ricevé con i sentimenti della più edificante pietà e della più tenera divozione. Sereno in volto, tranquillo nello spirito, rassegnato col cuore, soffriva con eroica intrepidezza gli acuti dolori del male, e dimentico quasi di se stesso, era tutto compassione per il missionario Rasdilovich, che sentiva nella contigua stanza gemere e dolersi. Morì questo sacerdote di peste contratta nell'assistere una povera moribonda, ed il P. Mornia, che più nol sentiva lagnarsi , immaginò che fosse già volato al cielo, lo che servì ad accrescere i suoi desideri di presto sciogliersi dai legami del corpo per andare ad unirsi al suo Dio.
Gli ultimi suoi momenti si avvicinarono, ed il padre Ercolani domandandogli se nulla aveva che gli turbasse la pace dello spirito, al che il moribondo rispose le ultime sue parole: "Padre mio, non mi pare. Spero coll'aiuto di Dio di aver fatto quanto ho potuto per la salute delle anime, e confido nella sua misericordia, che vorrà salvare ancora la mia". Ciò detto stringendosi al suo Crocifisso che portava al suo petto, placidamente rese l'anima al suo Creatore, vittima della più ardente carità.
Appena spirato il padre Mornia, nelle quattro colline di cui si compone il villaggio di Cioplea, altro non si sentì che un pianto generale, misto di lamentevoli grida, di cui rimbombava tutto l'aere. In ogni casa sembrava che fosse morto il padre o la madre, tanto era il dolore, che ognuno esternava con lagrime e singhiozzi, per la morte del caro loro missionario. Nessuno aveva sentito la nuova della sua morte, eppure dal pianto del vicinato tutti si accorsero ch'egli non era più in vita, e concorrevano quasi loro malgrado, a far lutto per la sua morte.
Due signori tedeschi , che a caso si trovavano nel villaggio e testimoni furono del pianto universale, improvviso e concorde di tutti gli abitanti, non poterono trattenere le lagrime, e domandarono di veder colui che tanto si piangeva da tutti.
L'aspetto del cadavere del missionario, vestito dell'abito di Passionista, colla testa aspersa di cenere e col Crocifisso nelle mani, produsse nei loro spiriti una impressione di tanto terrore, che nella stessa sera furon ambedue attaccati di peste, e dopo pochi giorni morirono.

Monsignor Ferreri era da Cioplea passato ad abitare in un casino di un cattolico amorevole nelle vicinanze di Bukarest, ove aveva dovuto prestar la sua assistenza a due appestati, e dove porgeva a Dio fervidi voti ed umili preghiere pel suo gregge, procurando con la compunzione e con la penitenza placare l'irritato suo sdegno. All'annunzio funesto della morte del padre Mornia lasciò il suo ritiro e portòssi di nuovo nel villaggio, già presago che la ferita fatta al suo cuore paterno da questa perdita gli avrebbe recato la morte.
Pochi giorni si trattenne in Cioplea, e dopo aver rianimati e consolati tutti, portossi a Bukarest in cui il bisogno di un sacerdote cattolico era estremo. La sua presenza in quella desolata città valse a diminuire il terrore della morte che impadronito si era di tutti gli spiriti.
Tosto si dié a percorrere i diversi quartieri, visitare gli ospedali e le case ov'erano infermi, prodigando da per tutto la beneficenza della sua carità. La filantropia degli scismatici aveva abbandonata la piazza; l'arte salutare, se pur ve n'era, si era dichiarata impotente, gli uomini più coraggiosi impallidivano all'aspetto dell'orribile flagello che vieppiù imperversava, i più deboli e pusillanimi si
erano ritirati dentro inaccessibili rifugi, mentre un numero innumerabile d'infelici languiva e moriva in mezzo ai più crudeli dolori, e al più completo abbandono.
In questi momenti di angoscia e di spavento lo zelo e la carità di monsignor Ferreri, già abituata a combattere con le più desolanti calamità, prese nuova lena, e si vestì di un coraggio e di una attività infaticabile. Nuovo Carlo Borromeo, egli si assisteva vicino al letto degli appestati e con l'accento della religione, con la tenerezza di padre gli assisteva, li confortava, e gli aiutava a ben morire. Infierendo il morbo era il pio prelato in un continuo moto per soccorrer le infelici vittime, per salvar l'anime dalla disperazione, e far risplendere agli sguardi dei moribondi un raggio d'immortalità.
In mezzo a tanti travagli viene annunziato al vescovo che il p. Ercolani, solo missionario rimasto a Cioplea, è attaccato dalla peste.
Parte immediatamente da Bukarest per condursi colà, onde apprestare qualche soccorso al pericolante
confratello, ma per disposizione della Provvidenza trova che l'attacco è molto benigno, e lo stato dell'infermo non è punto allarmante.
La sera del 3 novembre 1813, chiamato a confessare un moribondo di peste, vi si conduce senza ritardo, e qui appunto vien colpito dal morbo micidiale. Ne sentì le prime leggerissime impressioni, ma non curolle; si ritirò in casa, e postosi in letto non ebbe più forza da uscirne.
La mattina, visitato dal padre Ercolani, fu trovato delirante per l'eccesso della febbre, prognostico sempre funesto negli appestati. Nel delirio altro non faceva che ripeter salmi e cantici, effetto di quella santa abitudine contratta di parlar sempre con Dio col linguaggio delle Scritture.
Ed in verità, attestarono coloro che lo conobbero, esser egli stato uomo di sì grande orazione, che tutto il tempo che gli avanzava dalle sue occupazioni, lo spendeva in questo santo esercizio, di niun'altra cosa gustando che del commercio con Dio.
Calmato alquanto il parossismo, e tornato perfettamente in sé, conobbe la gravezza del suo male , e disse che non avrebbe scampata la morte. Rassegnato amorosamente alla divina volontà, domandò di confessarsi, compiendo quest'atto di religione con una pietà ed una compunzione che inteneriva, quindi volle ricevere il Santo Viatico, recitando da se stesso genuflesso in terra il Confiteor.
Confortato al gran passo dall'amoroso Signore, non altro più pensò, o desiderò che seco Lui unirsi eternamente in cielo.
I suoi discorsi furono in quel giorno tutti di Dio e del Paradiso; la serenità del suo volto, la tranquillità del suo spirito in mezzo ai dolori più spietati davano a conoscere quanto bella e generosa fosse quell'anima, che consumava il suo sacrifizio con tanta costanza, e con una calma imperturbabile. Verso la sera aggravatosi il male , e sentendosi ormai sul punto di abbandonare la terra per andare a Dio, domandò l'Estrema unzione e la benedizione in Articulo mortis.
L'una e l'altra gli fu compartita dal padre Ercolani, il quale, malgrado la sua infermità, non seppe mai indursi ad abbandonare un momento il venerabile infermo.
Sul declinare del giorno 4 novembre 1813, il pio prelato assorto già tutto collo spirito in Dio, e già vicino a spirare, domandò un messale; avutolo vi pose sopra il suo capo, come in contestazione del suo tenerissimo amore pel Vangelo di Gesù Cristo, e della sua fede ed attaccamento a quelle verità rivelate, che aveva in vita sua difese, insegnate e predicate. In tal positura, dopo pochi momenti, rese l'anima al Signore in età di anni 73 e giorni 10, quattordici dei quali spesi egli aveva nelle fatiche apostoliche in qualità di missionario di Bulgaria, e otto nel Vescovado.
La sua povertà non gli permise di aver tanto da poterne disporre per via di testamento, onde la piccola somma di 25 scudi che gli restava, unica risorsa per tutti i suoi bisogni, volle che fosse in parte impiegata in celebrazioni di messe in suffragio dell'anima sua ed un'altra venisse erogata in elemosine ai poveri. Morendo questo degno prelato seco lui portò i giusti dispiaceri di tutta la Cristianità, che avevalo stimato e rispettosamente amato. Niuno potrà mai obliterare la dolce e paterna cura che preso sempre si era del suo gregge , ch'egli edificò costantemente, mostrando in azione la carità, lo zelo, la tenerezza, la compassione, e tutte le virtù di un vescovo degno dei primi secoli della Chiesa.
La facilità del suo spirito, l'esquisitezza dei suoi lumi, la maturità di sua prudenza, la forza, la vivezza ed energia della sua apostolica eloquenza, la saviezza nel maneggiar affari, la sodezza di sua dottrina gli acquistarono la riputazione e la stima universale, ed il rispetto degli stessi suoi nemici.
L'amenità del suo carattere, la religiosa urbanità, un'ingenua semplicità, unita ad una rara modestia, e le dolci attrattive della sua conversazione gli guadagnarono tutti i cuori.
La Chiesa di Nicopoli non vide mai fra suoi vescovi un'anima più pura, più candida, più sinceramente pia, più profondamente dedicata a tutti i suoi doveri di buon pastore, che questo illustre prelato, il quale sacrificò la sua vita per assistere nei più terribili pericoli le sue pecorelle.
Fu sepolto il suo corpo nella piccola chiesa di Cioplea, da lui stesso fabbricata due anni prima, ed a perpetua memoria delle sue virtù e dei suoi meriti, venne formata una modesta iscrizione nella parete sovrapposta lateralmente allo stesso sepolcro, la quale tutt'ora si legge nei termini seguenti:

HIC JACET FRANCISCUS FERRERIUS EPISCOPUS NICOPOLITANUS
CONGREGATIONIS PASSIONIS D.N.J.C.
PATIENTIA MAGNUS HUMILITATE MAJOR CHARITATE MAXIMUS
QUI TEMPORE PESTIS UT PASTOR BONUS
ANIMAM SUAM DEDIT PRO OVIBUS SUIS
DIE 4 NOVEMBRIS 1813

Morto monsignor Ferreri, tutti i Cattolici di Bukarest e delle sue vicinanze restarono affatto senza sacerdoti, che loro prestassero assistenza e soccorso.
Il solo P. Ercolani, scampato per effetto di special provvidenza dalla morte, dimorava in Cioplea inchiodato in letto per una gran piaga formatasi nella gamba al suppurar che fece il tumore pestilenziale da cui era stato attaccato. Afflitto dalla perdita dei suoi confratelli, e molto più per esser restato privo del Pastore, teneva fisse in mente le ultime sue parole, con cui raccomandato gli aveva la cura più vigilante e sollecita di tutti i fedeli fino a tanto che la S. Sede provvedesse di nuovo vescovo quella vedova Chiesa, ma nulla poteva operare a vantaggio altrui, bisognoso nel suo dolente stato del caritatevole soccorso degli altri.
Malgrado però la sua impotenza ad uscir di casa, ed a portare agli appestati i soccorsi e le consolazioni della religione, non si stiede ozioso nel suo involontario ritiro.
Risaputosi dai Cristiani dei circonvicini paesi ch'egli era restato in vita, accorrevano da tutte le parti al suo povero letticciolo gli attaccati di peste, condotti sopra carri o strascinandosi a gran pena per le strade, affin di ottener la grazia di confessarsi almeno l'ultima volta da un prete cattolico, e morire in pace.
A tutti prestavasi il buon Padre con carità e tenerezza singolare, ne ascoltava le confessioni fino a notte avanzata, li consolava, gli animava a patir volentieri, e li disponeva a ricever cristianamente la morte. Finché riavutosi dalla sua grave malattia, si diede con tutto lo zelo al libero esercizio delle sue funzioni in beneficio di quell'afflitta Cristianità.

Il flagello della peste che così orribilmente desolato aveva la provincia di Vallachia, e privatala di quasi tutti i ministri del Vangelo, non fece minore strage in Bulgaria.
Il P. Molinari, unico missionario Passionista in quelle contrade, emulando lo zelo dei suoi confratelli, che restati erano vittime della loro carità non risparmiò fatica alcuna per soccorrere i cristiani attaccati dal morbo pestifero. Giorno e notte correva per i villaggi a visitare infermi, ad assistere moribondi, ad amministrar Sagramenti, ed a portar dovunque conforto e consolazione a tanti poveri che abbandonati in quell'estremo dai loro più stretti congiunti languivano
nella miseria e nell'indigenza più completa. Quasi due anni continui, quanti appunto durò ad infierire la peste micidiale, condusse una vita di stenti, di fatiche, di sudori, e di sagrifizi i più penosi, sempre mantenuto in sanità ed in forza dalla amorosa Provvidenza del Signore, che vegliava fra tanti pericoli alla sua difesa.
La nuova della morte del P. Mornia e di Mgr. Ferreri fece una piaga profonda al suo cuore e fu tale l'afflizione da cui era compreso, che per due giorni non poté negare a quei suoi cari confratelli il tributo di un tenerissimo pianto. Il dolore eccessivo alterò la sua salute, ma non lo impedì però, per qualche tempo ancora dall'esercizio della sua indefessa carità.
Finalmente una precipitosa caduta da cavallo, fatta nel correre all'assistenza di un moribondo appestato, l'obbligò a porre termine alle sue fatiche impossibilitato a più muoversi.
In tale stato fù assalito dalla peste sì fieramente che, apertosi il gran tumore nell'inferior parte del ventre, non cessarono gli spasimi acerbi, che continuamente dové soffrire, se non colla morte.
Nel corso della sua malattia lunga e penosa, più volte si confessò dal sacerdote Sancio, suo zelante cooperatore nel ministerio, più volte ancora volle ristorarsi col pane degli Angeli, quale ricevé sempre con i sentimenti della più viva fede e della più tenera pietà. Mancando a poco a
poco la sua vita fu munito degli ultimi Sagramenti, e fra le lagrime e singhiozzi di alcuni cristiani che lo assistevano, rese il suo spirito al Signore nella florida età di 31 anni.

I cinque villaggi di Bulgaria in cui si trovavan cattolici, restarono alla morte del P. Molinari coll'unico sacerdote svizzero, don  Michele Sancio, il quale dividendo fra quei fedeli le sue cure e sollecitudini, riparò in parte il gran vuoto lasciato dai missionari restati vittime del flagello desolatore. Dopo una strage la più orribile fatta di quei popoli infelici, al comparir dell'anno 1814 diminuì la peste la sua intensità ed in poco tempo scomparve affatto, lasciando da per tutto impresse le orrende vestigia della sua fierezza sterminatrice...

3 marzo 2020

Ecco, sto alla porta e busso.

Quando suona il campanello o qualcuno bussa alla porta... è sempre una gran sorpresa.
Chi sarà mai?
Un amico, venuto a trovarmi?
Un poveraccio che cerca soldi?
Un turista che chiede informazioni?
Il postino per una raccomandata?
Un finto tecnico per truffarmi?
Babbo Natale per darmi un regalo?
Il prete per benedirmi la casa?
Come faccio a saperlo?
Solo andando alla porta e, prima di aprire, domandare chi è, magari sbirciando dallo spioncino o dal videocitofono.

Certo, se c'è uno sconosciuto... le parole che dice o l'aspetto che ha possono ingannare...
Aprire o non aprire?
E' tutta questione di fiducia. Un atto di fede.
Perchè non saprò mai, prima che succeda, quel che succederà.
E' sempre una bella avventura aprire la porta.
Confesso che negli ultimi 45 anni ho aperto la porta a migliaia di sconosciuti... e sono ancora vivo e vegeto. Quindi... non è poi così rischioso incontrare chi suona o bussa alla porta...

C'era una volta una casa, chiamata Europa.
Una casa abbastanza ampia, abitata da tanti fratelli e sorelle, che più o meno da trent'anni vivevano in pace, dopo secoli di guerre calde e fredde.
Insomma, una casa abbastanza in pace, abbastanza calda, abbastanza carina, abbastanza di quieto vivere..
Abbastanza per dire, dulcis in fundo fabulae: "E ora, vivremo felici e contenti".
Mangiamo, beviamo, guardiamo le tele, i nostri granai sono pieni.
Ma suona il campanello.
Per chi suona il campanello?
Che rottura! Chi è che disturba?
Chi è? Chi bussa alla nostra porta?
Andate a vedere.
"Salve, sono il signor Virus Corona. Sono venuto per sterminarvi. Posso entrare?"
E suona il campanello d'allarme.
All'armi! Il Nemico è alle porte!
Sbarrate tutto! Chiudete porte e finestre! Difendiamoci!
Riempite la dispensa! Indossate le maschere! Non uscite!
Alziamo le mura! Allarghiamo i fossati! Sparate a vista! No paseran!
E le porte furono sbarrate. Una cosa semplicissima: solo un giro di chiave.
E la guerra cominciò.
E vissero tutti in ansia, paura e guerra.

C'era una volta una casa, chiamata Europa.
Una casa abbastanza ampia per tutti, abitata da fratelli e sorelle,
che dopo aver passato secoli a litigare ed ammazzarsi tra loro,
avevano imparato solo da trent'anni a convivere in pace.
Dopo duemila anni di amore di coltelli e di parenti serpenti,
avevano più o meno imparato a trasformare le spade in zappe.
E suona il campanello, qualcuno sta alla porta e bussa.
Chi è?
Scusate se vi disturbiamo...
Chi siete?
Beh, non siamo dei virus... siamo solo persone che scappano dalla guerra, dalla fame e dalla povertà...
Ci han detto che i vostri granai sono pieni, che siete delle brave persone...
Che addirittura amate i vostri nemici...
Cosa volete?
Beh, entrare un po' al caldo, poi trovarci una casa, un lavoro... vivere un po' in pace.
Prego, allora. Venite. Un piatto caldo ed una coperta la troviamo per voi.
E le porte si aprirono. Una cosa semplicissima: solo un giro di chiave.
E l'accoglienza cominciò.
E vissero tutti felici e contenti, in pace.

Morale della favola?
Aldilà di chi sta alla mia porta e bussa...
la cosa più seria è cosa succede nella mia testa.
Se non mi fido e decido che il Nemico è alle porte... comincia la guerra., e di certo perdo la pace.

Se invece mi fido e decido che forse un Amico è alle porte... comincia l'avventura, che a volte magari genererà qualche disagio o qualche fregatura... ma magari genera qualcosa di bello.

17 gennaio 2020

Dalla spiaggia di Mileto

Ringrazio il Signore per questa settimana molto bella, appena trascorsa insieme ad altri 30 sacerdoti. Fisicamente eravamo tra le colline del varesotto, a Caravate, ma don Marco Cairoli ci ha condotto sulle assolate spiagge di Mileto, in compagnia di San Paolo ed ai preti della chiesa di Efeso. Ed insieme a loro è stato bello rileggere il cammino percorso in questi anni, con occhi spirituali: una grata memoria che apre orizzonti nuovi di speranza.

"Lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi,
per essere pastori della Chiesa di Dio"

Mi commuove meditare su come Lui abbia scelto me e mi abbia tenuto una mano sulla testa per 20 anni.
Ee ricordare che proprio 20 anni fa iniziavo il ministero affidatomi: da allora "ho servito il Signore, "non mi sono mai tirato indietro" e "non mi sono mai sottratto al dovere". Lui ha fatto la Sua Parte, io ho provato a fare la mia.
Sono andato dove mi han mandato, ho fatto quello che dovevo fare, e ho cercato di farlo al meglio.
Qualcosina di bene in vent'anni  l'ho fatta... e per quello che ho fatto di male (e per il bene che avrei potuto fare, ma non ho fatto), chiedo perdono e vado a confessarmi.

Il 25 marzo 2000, vivevo a Cicola la mia professione perpetua, e mi consegnavo nelle mani del Signore, cantando: "Eccomi, eccomi... si compia in me la Tua volontà".
Il 30 aprile 2000, nel duomo di Verona, venivo ordinato diacono.
Vent'anni fa venivo costituito come consacrato e servo per la Chiesa.
Certo, san Paolo di Tarso aveva la grazia di vivere nel primo secolo, e diremmo oggi, era un "battitore libero": andava dove voleva (o dove lo Spirito lo spingeva...), una settimana qui, un mese là, tre anni qui, un passaggio là... cercando di non calpestare orti altrui, e facendo quello che noi chiamiamo il primo annuncio, e poi creando con chi credeva la comunità cristiana.
Duemila anni dopo, uno si consegna al Signore dentro una Chiesa ben più strutturata, con alle spalle storie e tradizioni... e questa Chiesa ti mette in un posto, e mica gironzoli qua è là: stai lì e fai il tuo dovere, il tuo servizio.