19 agosto 2011

Trènciovitza 1782, culla dei Passionisti in Bulgaria

La chiesa abbandonata di S. Croce
L'altro giorno sono tornato di nuovo a Trenciovitza. Insieme al parroco don Stefan Kalapis abbiamo fatto quattro passi per le strade sterrate del paese, andando a vedere anche la chiesa della Santa Croce, ormai abbandonata da più di 20 anni e in procinto di crollare.
Confesso provare sempre un po' di tristezza e sconforto passando in mezzo alle case semi abbandonate di questo paese, che negli altimi anni è passato da 3.000 abitanti agli attuali 600 circa, quasi tutti anziani.
Questo rimpicciolimento mi fa pensare al lontano 1782, quando qui arrivarono i primi due passionisti, e trovarono un piccolo paese formato da 36 famiglie, per un totale di 281 persone (Visita Pastorale del 1778).
Se ha ragione il Vangelo, quando dice: "Se non diventerete piccoli... non entrerete nel Regno dei Cieli", anche l'attuale situazione non deve essere vista solo come un problema annaffiato di rimpianti ed utopie.
Ma appunto questa piccolezza è un'ottima situazione, come nel 1782, per essere culla, granello di senape, cucchiaio di lievito, perla nascosta, chicco di sale...
Proprio per questo pubblico qui le prime due lettere di p. Giacomo e p. Francesco, scritte nel primo mese della loro permanenza a Trenciovizza. In esse non c'è nessun lamento sulla piccolezza della comunità, anzi, emerge lo stupore per le piccole cose, dal semplice Rosario recitato per la prima volta in Bulgaro alla squisita accoglienza, dal primo battesimo alla semplice benedizione dei campi.
Nel loro spirito non c'è nemmeno l'ombra di rimpianti, frustrazioni, scoraggiamento.
Ma solo stupore, curiosità, gioia, voglia di lavorare, di pregare, di condividere la vita di quei 281 trencioveni.
Penso che, con lo studio e la preghiera, abbiamo bisogno un po' tutti noi di recuperare un po' della loro spiritualità.

11/05/1782 - Lettera di p. Giacomo Sperandio a p. G. B. Gorresio

Al Reverendissimo Padre Padrone Colendissimo
Il Padre Giovanni Battista di S. Vincenzo Ferrerio
Preposito Generale de’ Passionisti
nel Ritiro de’ SS. Giovanni e Paolo a monte Celio. Roma.

Jesu Christi Passio

Una "ragazza" trenciovena e don Stephan
            Reverendissimo Padre.
Colla presente vengo a darle notizia del nostro viaggio fatto da Buccoreste fino a questa nostra Missione, e del ricevimento che abbiamo avuto da questi buoni cattolici.
Le dico adunque come da Buccoreste dopo due giorni di cammino col carro arrivassimo felicem[en]te al Danubio, quale dopo mezz’ora passato in Barca giungemmo a Sistoph, città de’ Turchi; prima però di scendere dalla Barca si fece tosto avanti uno, che voleva visitare la nostra cassa avuta avante mese a Buccoreste, e noi non volevamo, dicendo che avevamo il Firmano; onde allora quel Turco ci portò dal Giudice per riconoscere i nostri Firmani, ma con tutto questo quel Turco non ci lasciò, ma ritornò di nuovo in Barca dicendo che assolutamente voleva visitare la Cassa; onde per acquietarlo, sapendo per altro che non poteva farci verun danno, aprii la Cassa e nel principio di essa vi erano appunto de’ libri e delle Imagini, il che vedendo il Turco, tosto principiò a gridare: Papass, Papass, Papass, e così finì la visita. Ma siccome non tanto voleva visitare la cassa, quanto voleva il denaro, per levarcelo di torno, per grazia si contentò di cinque Paoli per buona manca, mentre ne voleva sette e mezzo.

Ricordo del parroco p. Eugenio Valente cp,
morto a Trenciovitza il 30 dicembre 1889,
che nel 1874 costruì la chiesa di S. Michele
(nel 1860 fece anche quella della Natività a Belene)
Sbrigati da quel Turco, ci portammo alla casa di un Signore Greco, quale quantunque di diversa Religione, pure si preggia di accettare in sua casa i Missionari cattolici. Fummo accolti dal medesimo e da tutti della sua casa con dimostrazione grande di affetto, ci diede una buona cena e un buon letto, e la mattina susseguente, avendoci il medesimo trovato il carro, partissimo per Oresce, primo villaggio della nostra Diocesi; ivi ci abboccassimo con il Signor Don Nicola, unico Missionario della Diocesi, dal quale fummo informati dello stato de’ nostri Cattolici. Il medesimo però mandò ad avvisare il Transivizza che noi di già eravamo arrivati ad Oresce, e che perciò se ci volevano ci venissero a prendere; come infatti fecero il giorno susseguente, essendo venuti con due carri quattro Giurbagì, cioè quattro de’ capi del villaggio; arrivati adunque questi ad Oresce, partimmo per Transivizza, luogo del nostro destino, e per la strada dovemmo passare per un altro villaggio alla nostra cura parimente commesso; fummo ivi accettati con molto giubilo e con un buon pranzo, mangiando per altro per terra come si usa in queste parti; doppo pranzo proseguimmo il nostro viaggio e felicemente, grazie al Signore, doppo le tante circa le ore 23 arrivammo in Transivizza, dove sono tutti Cattolici e paese di quel Figliolo che sta presentemente in Propaganda, e questo fu il primo di maggio.

L'attuale canonica
Arrivati alla nostra casa trovammo nel cortile, dirò così, di essa, radunato tutto il Popolo, che ci stava aspettando, e tutti ci vollero bacciare le mani; dopo una mezz’ora fummo richiesti se volevamo dire la vecerna, cioè il Rosario, ed io per compiacerli tosto l’incominciai in lingua Bulgara, ma non fidandomi di dirlo a memoria, presi il mio libretto scritto a Buccoreste. Terminato il Rosario venne la cena, e non fummo meno di 14 a tavola, avendo chi portato una cosa, e chi un’altra, e lo stesso seguì la sera susseguente. La mattina ci furono portati per battezzare due bambini, uno nato il giorno avanti e l’altro era da due giorni, e tosto furono da me battezzati. Ricevessimo per questi due battesimi secondo il solito otto parà, 4 per l’uno e 4 per l’altro, che in tutto fanno la somma di bajocchi dieci, e due fazzoletti, che costan ognuno cinque parà.
Il giorno dell’Ascensione, secondo il costume di queste parti, andiedi dopo detta la messa con tutto il popolo a benedire le campagne, essendo andato il Padre Francesco in un altro villaggio per fare lo stesso, e dentro questa ottava dell’Ascensione anderemo per gli altri due villaggi parimente per benedire le campagne, standoci quei buoni cattolici aspettando con gran desiderio.
La nostra casa, come tutte le altre di questi villaggi, è sotto terra, ricoperta di cannuccie e di fango, questa ci serve parimente di chiesa; procuriamo di dire la Messa a buon ora per non essere disturbati dai Turchi che vanno girando. Grazie a Dio di già principiamo a parlare in lingua Bulgara, in guisa che essi intendono noi, e noi capiamo loro. La sera quando vengono al Rosario, secondo il costume degl’altri Missionari, li facciamo dire le cose della fede. Altre notizie per ora non mi restano da avvanzarle.
Suppongo che la Paternità Sua avrà di già ricevuto una scritta dal Padre Francesco da Buccoreste, in cui le dava notizia dei Firmani ricevuti da Costantinopoli e della spesa che fatta avea quel Vicario Apostolico per detti Firmani, che importava 12; pregandola a supplicare il Cardinal Prefetto a far pagare alla Sacra Congregazione detta somma, essendo noi impotenti a ciò fare, come ne ha scritto il Padre Francesco al medesimo Cardinale.
La pregava altresì ad ottenerci dalla Sacra Congregazione almeno anche per quest’anno l’annata anticipata, essendo rimasti senza denaro e non avendo con che vivere, per esserci dovuti mantenere sei mesi a Buccoreste e dovuto fare altre spese necessarie sì per vestirci, come per provvederci di qualche cosa necessaria per la casa, non avendoci trovato altro che le pure pareti.

Il campanile della chiesa di S. Michele
Le diceva altresì che indirizzasse le lettere per Costantinopoli al Signor Nicolò Bratis colla sopracarta al medesimo e coi nomi del paese, cioè Padre Francesco Maria Ferreri e Padre Giacomo Sperandio Missionari Apostolici nella diocesi di Nicopoli.
Le diceva altresì che Monsignor Vescovo ci ha detto che la Sagra Congregazione non pensa a mandare il denaro, e pregava Vostra Paternità Reverendissima a riscuoterlo dalla medesima e poi intendersela col Signor Bratis in Costantinopoli.
Non più mi dilongo, e qui pregandola a salutarci tutti i Religiosi e Benefattori, particolarmente il nostro gran Benefattore l’Eminentissimo Pallotta, il Signor Antonio Frattini con tutta la sua casa, il Signor Abbate Ghignardi ed il Signor Antonio Maggiali colla sua moglie, domandandole la Sua Benedizione anche a nome del Padre Francesco, col baggio delle sacre mani mi dico.
Di Vostra Paternità Reverendissima
umilissimo divotissimo figlio indegnissimo
Giacomo delle Santissime Piaghe
Transivizza 11 maggio 1782

Al Rosario ogni sera fò dire un Pater et Ave per il Sommo Pontefice, e dico così: Idin ozzà, idina sdrava Maria za nasc Papa.

01/06/1782 – Lettera di p. Francesco Ferreri a p. Giovanni Andrea di S. Pietro

Al Molto Reverendo Padre in Xristo Colendissimo
Il Padre Giovanni Andrea di S. Pietro Rettore
Roma nel Ritiro de’ SS. Giovanni e Paolo al monte Celio

Jesu Christi Passio

Molto Reverendo Padre in Xristo ossequiatissimo ed amatissimo.

Battesimo di Gesù. Chiesa di S. Michele.
Non so se la Paternità Sua sarà per ricevere questa mia perché stiamo qui in un angolo della Bulgaria e fuori di strada sì per mandare, che per ricevere le lettere. Spero che il Padre Reverendissimo avrà ricevuta una mia scrittale prima di partire dalla capitale della Valachia, come altresì un’altra inviatali un mese fa dal Padre Giacomo in cui le dava avviso del felice arrivo al nostro termine. Ora le scrivo la presente sì per darle questo piccolo attestato della memoria ed affetto che conservo verso la Paternità Sua, come per darle ragguaglio dello stato nostro, e per pregarla di alcune cosarelle.
Per grazia di Dio godiamo tutti e due buona salute e stiamo insieme in questo villaggio che è di sopra di 300 anime. Qui non vi sono Turchi a riserva del solo Subascia che governa, il quale non ci da alcun fastidio ma chiude gli occhi, e ci lascia esercitare in pace il nostro ministero; onde è una maraviglia a vedere come concorre alla sera dopo le fatiche del giorno questa povera gente a recitare il Rosario dopo di cui si cantano le litanie, si fanno fare gli atti di fede, ad alta voce se li fa ripetere qualche cosa della dottrina Xristiana, dopo di che se li da la benedizione col S. Crocifisso, quale tutti vengono a baciare dicendo nel partire falem Jesus <sia lodato> a cui risponde il sacerdote vasda badi <sempre sia>, e questo è il saluto che fanno sì quando vengono in casa, che fuori quando s’incontrano.
Alle feste concorrono tutti a sentire la Santa Messa in cui se li fa un po’ di predicuccia, e a un certo tempo un po’ di dottrina ed il luogo ave si fanno questi esercizi è la nostra casa a cui la terra attorno attorno serve di muro, di sopra è coperta di travicelli, cannuccie, e poi terra, onde si potrebbe sopra seminare l’insalata. L’abitazione consiste in due stanze e un camerino. Nella prima si dice Messa, nella seconda si dorme, e serve di refettorio, nel camerino poi il quale è così alto, che colla testa s’arriva al soffitto, vi dorme il Padre Giacomo. V’è qui separatamente la stalla e cantina ed  un bell’orto recintato sufficiente a mantenere un mezzo Ritiro, ma vi manca il più necessario, ed il fiume ove si va a prendere l’acqua è un po’ distante; onde sebbene è da un mese che abbiamo seminato insalata ed altri erbaggi, poca speranza v’è di goderli per difetto d’acqua, e sì in questo, che in altri villaggi, non si trovano neppure a comprare né erbaggi né pesce perché essendo quivi bellissimi campi, ed ubertosi pascoli, quasi tutti s’occupano all’agricoltura, e altri alla cura del bestiame, onde ne viene che perfino i più poveri abbondano di pane, ma non lo sanno fare, e per lo più fanno ogni giorno in luogo di pane una grossa pizza cotta sotto la cenere.

L'antica sorgente dietro la chiesa di S. Michele
La gente di questo villaggio è molto amorevole e affezionata al Domine, così chiamano il prete, e se volessimo qualche cosa bastarebbe aprir bocca che danno volentieri, ma io non voglio chiedere veruna cosa da loro per poterli dire francamente non quaero vestra sed vos. Danno da se stessi ogni giorno per ordine il pane o pizza, e poi la decima, la qual oblazione non so a quanto ascenda, ma so bene che se non ci venisse l’assegnamento di Propaganda si starebbe molto scomodi e miseri, perché anch’essi sono poveri e poco possono dare.
Se ognuno di noi non avesse che la cura d’un solo villaggio sarebbe la Missione un piccolo peso, ma abbiamo a n[ost]ro carico altri tre villaggi e mezzo, uno verso l’occidente di 165 anime miste coi scismatici distante due ore <detto Peticladens> ed altri due e mezzo verso l’oriente l’ultimo de’ quali è distante di Trancevizza 9 ore e le strade sono un poco pericolose di malandrini; onde il nostro antecessore il Padre Rochi conventuale se n’andava da un luogo all’altro armato come un chiavaro con pistole alla cintola, a pistone col suo servitore a cavallo, ma noi andiamo armati col crocifisso in petto sotto le vesti e non abbiamo arma veruna, ed essendo negli altri villaggi misti coi scismatici e turchi, non si può aver la libertà che godiamo in Trancevizza circa l’esercizio del nostro ministero; onde si va a dire messa ora in una stalla ora in un'altra e qui si radunano i cattolici per la messa e per sentire la parola di Dio.

La facciata della chiesa di S. Michele
Non posso distendermi a dirle tutte le particolarità perché tra poco devo partire col ragazzo che ci serve per Lesini, che è un villaggio distante di qui circa tre ore ove vi sono più di 400 dei n[ost]ri cattolici, quindi andrò a Butovo, ove vi sono circa 30 anime e poi a Varnapols, ove sono miste co’ Turchi più di 22 case dei n[ost]ri, i quali per quanto ho inteso a dire sono buoni cristiani sebbene vedano di rado il Prete, perché sono i più lontani e s’ha da passare per una selva pericolosa per arrivarvi.
Onde passo a pregarla di alcune cosarelle, la prima è d’alcuni semi di fruttilia, perché qui tutti chiedono la brujenizza, e sebbene moltissime corone abbiamo già distribuite, non bastano a contentar tutti; come altresì qualche 300 o 500 crocette le più piccole, e medaglie, abiti del carmine stampati, che poi qui le donne l’aggiustano da loro, un vasetto di teriaca e qualche altra cosa se ci vuol aggiungere, perché non v’essendo qui né medici, né speziali, né chirurgi, quando s’amalano o loro o i figli subito ricorrono al domine, come se noi fossimo medici. Per la spesa di queste cose puol pregare da parte nostra il Signor Antonio Maggiali o il Signor Frattini o il Signor Abbate Ghignardi a’ quali la prego d’umiliare i nostri ossequj, ma prima di tutti a Sua Eccellenza, e sebbene siamo molto distanti da costì conserviamo però nella nostra mente viva la memoria delle loro persone e dell’obbligazioni che le professiamo per pregarle nella Santa Messa del Signore ogni bene. Così la prego a riverire anche distintamente il Signor Giuliano Landi e Margherita, alle di cui orazioni mi raccomando.
Ma dirà Vostra Paternità come si fa a mandare questa roba? E’ facilissimo. Metta il tutto in una scatola, la sigilli, la diriga in Ancona al Signor Marchese Don Giuseppe Benincasa Agente di Propaganda, che la mandi in Ragusa al Signor Don Pasquale Vodopich Agente similmente di Propaganda, avvisandolo di consegnarla al nipote del Signor Luca Raicevich, o altro che stimerà bene, quando vengono in queste parti a Rusciuch, come sogliono fare ogn’anno alcuni mercanti Ragusei circa il mese di 9bre; sopra facci la direzione al Padre Francesco Ferreri Missionario nella Diocesi di Nicopoli opure puol dirigerla al nostro vescovo che forse sarà più sicuro il ricapito = Rusciuch.
Targa ricordo di p. Ferreri, p. Sperandio e p. Corsi
La prego d’umiliare i nostri rispetti al Padre Reverendissimo e ai Padri Consultori Padre Candido Padre Lettore, e di porgere i nostri saluti nominatim a tutti i Religiosi della sua famiglia all’orazioni de’ quali, come altresì della Paternità Vostra ci raccomandiamo e col bacio delle sagre mani di cuore mi rassegno.
Di Vostra Paternità Molto Reverenda
Devotissimo Affezzionatissimo Obbedientissimo servo
Francesco Maria del Divino Amore
Trancevizza primo giugno 1782

Il Padre Giacomo riverisce il degnissimo Padre Rettore, e La prega a mandarli una Patente per il suo compagno assicurandola che ne ha tutto il merito, ma che sia da Generalissimo, perché dice né il P. Bernardino, né il Fratel Vincenzo, né Merchio, né Bonaventura, né altro ce La possono, ma esso ima hair gore na siskiti: così si dice in Bulgaro, cioè ha il merito sopra a tutti. La prega a salutarli tutti i suoi Religiosi nell’atto che Le baggia le sagre mani, e massime il P. Lettore.

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