24 maggio 2018

Da Belene a Bergamo. La vita è un pellegrinaggio.

Dal 29 maggio al 4 giugno andremo (io e 40 belenciani) in pellegrinaggio a Bergamo. Perchè?
Beh, a prima vista, visto che l'unico prete bergamasco in Bulgaria fa il parroco a Belene... mi par giusto che dopo 6 anni di parrocato il parroco porti i parrocchiani nella sua terra, per assaggiare non solo le peperlizie orobiche, ma per respirare anche un po' di aria bergamasca, fatta di bergamaschicità, laboriosità, etc. etc.

Ma il motivo principale di questo pellegrinaggio è appunto quello di farsi pellegrini, sulle orme di un santo bergamasco che ha lasciato il segno a Belene, in Bulgaria e a Venezia. Il santo Papa Giovanni XXIII ritorna, per la prima volta dopo la sua morte, nel suo caro paesello Sotto il Monte, e noi andiamo ad incontrarlo.


Innanzitutto per ricambiare la visita da lui fatta a Belene. Il 5 agosto 1925 infatti il giovane vescovo bergamasco (44 anni) scese dal treno nel paesello di Belene, accolto festosamente dalla popolazione, e vi restò fino al giorno successivo. Celebrò nelle nostre due chiese (s. Antonio e Natività di Maria), e dormì in quella che ora è la mia casa.
Venne durante la sua Visita Apostolica (che doveva durare qualche mese... e invece durò 10 anni).
Venne, soprattutto a Belene, per portare un po' di pace in una comunità lacerata da decenni di conflitti, e per riconciliare l'ex parroco belenciano don Karl Raev col vescovo mons. Theelen (una storia che potete leggere nel libro "Il lupo, l'orso, l'Agnello").
La sua presenza, le sue parole, il suo lavoro silenzioso, la sua preghiera, lasciarono davvero un segno profondo a Belene. Per questo soprattutto andiamo a ringraziarlo a casa sua.



Il secondo motivo per cui andiamo a Sotto il Monte a venerare il suo corpo santo è per ringraziarlo per i dieci anni della sua presenza e del suo lavoro in Bulgaria. Un decennio durante il quale lui ha certo dato molto a questo popolo e a questa chiesa, ma durante il quale ha anche attinto ricchezza ed esperienza. Forse non tutti sanno che proprio qui in Bulgaria ha iniziato a maturare alcune convinzioni poi sfociate nel Concilio e nel suo Pontificato.

Il terzo motivo, in questo nostro anno pastorale dedicato a Speranza e Memoria, è per attingere da lui la santa Speranza. Lasciando i profeti di sventura ad arrovellarsi nelle loro paure ed insicurezze e resistenze al rinnovamento, andiamo da lui, uomo di Speranza e di totale fiducia in Dio, per attingere forza, coraggio, letizia, fede. Energie necessarie per rinnovare la nostra comunità cristiana, secondo quello che ci è richiesto dal Concilio Vaticano II, e dai suoi successori, ed infine da Papa Francesco nella Evangelium Gaudium.



Bene. Andiamo allora a preparare le nostre sacche da pellegrini, e mettiamoci in viaggio.
Ringraziamo già in anticipo la Comunità Passionista di Basella di Urgnano, che ci accoglierà in queste giornate.
Se qualche bulgaro italianizzato o qualche italiano bulgarofilo vuol condividere qualche momento con noi, è il benvenuto, e questo è il programma del nostro pellegrinaggio:

Martedì 29 maggio
8.00         Partenza dalla Stazione Ferroviaria di Belene
12.00       Messa nella Cattedrale di San Giuseppe, a Sofia

Mercoledì 30
10.00       Sosta nella Basilica di San Marco, a Venezia

Giovedì 31
10.00       Chiusura del Mese Mariano al Santuario di Caravaggio
Sera         Messa e Processione diocesana del Corpus Domini a Sotto il Monte

Venerdì 1° giugno
10.00        Visita a Sotto il Monte
15.00        Visita e messa al Santuario Madonna del Bosco (Imbersago)
Sera          Cena alla Festa della Famiglia - Basella

Sabato 2 
Mattina    Visita alla città di Bergamo
18.00        Preghiera della sera a Cicola
20.00        Cena alla Festa dell'Oratorio - Carobbio degli Angeli

Domenica 3
11.00        Santa Messa a Sotto il Monte (e su Rai 1)

Lunedì 4
pomeriggio     Vespri nella Chiesa Papa Giovanni XXIII - Sofia
sera                 Arrivo a Belene



20 maggio 2018

Una tranquilla domenica di ordinaria follia...

L'altare di Belene, tranquillamente preparato per la normale domenica di Pentecoste...
Oggi era una tranquilla domenica di ordinaria primavera,
e come tutte le altre primaverili domeniche di ordinaria tranquillità
ci siamo ordinatamente disposti in chiesa per una tranquilla messa,
per poi tranquillamente ritornare a casa a svolgere le nostre ordinarie cose.

Tutto si stava tranquillamente svolgendo secondo l'ordinario copione,
un canto, un saluto, due o tre kirielleison, la prima lettura, il salmo,
e la seconda lettura dopo la prima, un alleluia ed un vangelo,
con la sua predica, il credo e le preghiere dei fedeli.

E proprio qui, tutti pronti per tranquillamente continuare, il patatrack.
Un lampo e poi un tuono possente, bruuuuuuuuuum!,
che spaventa tutti e sveglia pure quelli ancora addormentati dalla predica...
e le finestre che si spalancano, e raffiche di vento che buttan dentro
fogliacce e cartacce e un polverone e gente che urla "E' la fine del mondo! Che facciamo ora???"

Prontamente il prete dal microfono invita tutti alla calma:
"State calmi, ragazzi! E' solo un improvviso temporale di primavera!!"
e gli arzilli chierichetti chiudon le finestre, le donne si risistemano i capelli,
le nonne si rimettono i loro foulard in testa, e tutti sospiran di sollievo:
lo spettacolo può continuare, mica è la fine del mondo, solo un piccolo temporale!

I tranquilli ragazzi e parrocchiani di Belene, che partecipavano alla tranquilla messa di Pentecoste stamattina....

Neanche un secondo dopo, ed ecco che si sente puzza di bruciato,
e in diversi punti della chiesa si alzano fiamme, e tutti gridano "Al fuoco! Al fuoco!"!!!
Prontamente il prete dal microfono invita tutti alla calma:
"State calmi, ragazzi! E' solo un piccolo incendio passeggero!!".
e gli arzilli chierichetti corron di qua e di là con gli estintori appena revisionati.
Ed in men che non si dica i focolai son spenti, e pur tossicchianti per il fumo
tutti tranquillamente si risiedon borbottando, dopo lo scampato arrostente pericolo.

Ma dopo nemmen mezzo secondo i lampadari cominciano a dondolare,
le stazioni della via crucis a cadere, cadon pezzi di calcinacci, e tutto dondola e trema...
"Il terremoto, il terremoto!!!! Si salvi chi può! Tutti fuori dietro di me!"
urla stavolta il prete (il vento si può fermare, il fuoco spegnere... ma un terremoto!),
uscendo di chiesa per primo (mica è un capitano che aspetta per ultimo sulla nave che affonda...).
E dietro di lui, prima i bambini e le donne, poi tutti gli altri, tutti fuori, prima che venga giù il tetto.

I sopravvissuti alla terribile mattinata di Pentecoste, molto provati ed affaticati,
costretti dal vento, dal fuoco e dal terremoto ad USCIRE DALLA CHIESA!!!

"Siamo salvi!", sospira il povero prete, "Ora possiamo continuare la nostra tranquilla messa!
E speriamo che non succeda più niente! Perchè l'obiettivo della nostra vita è stare tranquilli, neh!".
Ed un piccolo bambino allora, tirando un po' la veste al prete, come san tirarla i bambini, gli dice:
"Padre... però le cose tranquille sono un po' noiose...
col vento, col fuoco e col terremoto... è stato più divertente!".

Meno male che l'essenziale c'è anche fuori dalla chiesa... e c'è pane per tutti i denti.
Mica poi son così necessari per fare una messa muri, banchi, vasi, vasetti e candelabri... mica si mangiano, no?

15 maggio 2018

La Comunità di Belene accoglie il cardinal Puljić di Sarajevo

Domenica 13 maggio, festa dell'Ascensione del Signore, la Comunità Cattolica e la Comunità Passionista di Belene hanno accolto il cardinale Vinko Puljić, arcivescovo di Sarajevo (Bosnia), giunto nel Santuario del beato Eugenio Bossilkov per pregare davanti alle reliquie di questo martire della fede.
Il Cardinale è in visita nella nostra Diocesi per ripercorrere i passi dei primi missionari francescani venuti proprio dalla Bosnia nel 1600 per evangelizzare e battezzare i pauliciani di allora.
Nel pomeriggio i fedeli, i giovani ed i ragazzi hanno iniziato a radunarsi nel cortile del Santuario, ed insieme alle Suore di San Giuseppe ed ai Padri Passionisti hanno poi atteso con impazienza e gioia l'arrivo del cardinale. Tutti molto felici che nel Santuario del nostro amato beato Eugenio giungesse un ospite così importante, specialmente per pregare.
Nell'attesa abbiamo iniziato a suonare e cantare canti pasquali, e quando è giunta l'auto del cardinale lo abbiamo accolto con il canto di San Francesco, "Laudato si'". Anche il cardinale si è messo a cantare e battere le mani con noi.
Secondo l'antica usanza bulgara, lo abbiamo accolto con pane e sale, poi abbiamo pregato insieme con il Rosario (era il 13 maggio....).

Al termine della preghiera, a nome della Comunità Cristiana, padre Remo Gambacorta ha donato al cardinale un'icona di Sant'Anna con la piccola Maria, scelta pensando al fatto che il cardinal Puljić è nato proprio l'8 settembre, e la nostra chiesa di Belene è dedicata alla Natività di Maria.
Padre Josif Jonkov, il passionista più anziano, ordinato sacerdote proprio dal beato Eugenio nel 1951, ha donato al cardinale la biografia di mons. Bossilkov,
Il nostro parroco, p. Paolo Cortesi, che è pure Rettore del Santuario, ha poi raccontato sinteticamente di come i primi missionari francescani bosniaci, guidati da fra' Petar da Soli (Tuzla), iniziarono la loro opera pastorale proprio nel territorio di Belene, precisamente nella frazione di Petokladentsi, per poi spostarsi a Trenciovitsa, Malcika, Oresh ed infine Belene, dove nel 1610 costruirono il loro primo convento con annessa chiesa di legno. Tutte queste comunità sono ora curate dai Missionari Passionisti. Padre Paolo ha quindi donato al cardinale l'ultima sua fatica, il libro dedicato ai primi Passionisti giunti in Bulgaria nel 1782 per coadiuvare il povero vescovo mons. Paolo Dovanlia, rimasto solo in Diocesi dopo la decisione dei Francescani di abbandonare la Bulgaria.
Quindi il cardinale Puljić ci ha impartito la sua benedizione, e lo abbiamo accompagnato di nuovo fuori, salutandolo con un bel canto.
E' stato un momento breve, organizzato un po' all'ultimo minuto, e purtroppo tanti non l'hanno saputo e non hanno potuto partecipare... ma ce la siamo cavata ugualmente, e l'intensità e la gioia hanno colmato comunque i nostri cuori.








Неделя 13 май, на празника Възнесение Господне, Католическата Общност в Белене и Общността на отците-пасионисти, посрещнаха кардинал Винко Пулич, архиепископ на град Сараево, Босна, който пристигна в Белене в Светилището на бл. Евгений Босилков, мъченик за вярата, за да се моли пред мощите му. Той е на посещение в нашата Епархия, за да почете първите мисионери францискани дошли от Босна през 1600 г. да евангелизират и кръщават тогавашните павликияни.
В следобедните часове на този ден към двора на Светилището започнаха да прииждат верни, деца и младежи. Заедно с отците-пасионисти и сестрите на Св,. Йосиф, с трепет и изпълнени с радост сърца очаквахме пристигането на кардинала. Всички бяхме много щастливи, защото в Светилището на любимия ни Блажен Евгений пристига толкова висок гост специално за молитва!
Сестрите заедно с децата, младежите и всички останали верни репетирахме песните с които искахме да посрещнем Н.В.П. И, ето колата на кардинала пристигна в двора на църквата. Когато кардинал Винко Пулич излезе от нея, всички верни заедно с нашите любими отци-пасионисти запяхме песента на Св. Франциск, "Хвален си Господи мой". За нас беше голяма радост, когато видяхме, че лицето на Н.В.П. е озарено от усмивка, и той също пееше с нас.
По стар български обичай го посрещнахме с хляб и сол. Всички заедно се молихме с молитвата на броеницата. След молитвата от името на общността ни, от. Ремо Гамбакорта поднесе в дар на кардинала икона изобразяваща Св. Ана, държаща в скута си малката Дева Мария. Отец Ремо каза, че точно тази икона избрахме за подарък, защото сме разбрали, че кардинал Пулич е роден на 8 септември, а това е и деня, в който честваме рожденния ден на нашата небесна майка. 8 септември е и празника на нашата енория, тъй като Светилището на Бл. Евгений Босилков се намира в църквата " Рождение на бл. Дева Мария".
Отец Йосиф Йонков, най-възрастия отец-пасионист в епархията ни, ръкоположен от бл. Евгений, подари на кардинала книга-биография на монс. Босилков.
Нашият енорийски свещеник-отец Паоло Кортези, който е и ректор на Светилището, разказа на кракто как първите мисионери францискани от Босна, ръководени от брат Петър Солинат, са започнали работата си в Северна България точно от село Петокладенци (беленско), и след това с. Трънчовица, с. Долно Лъжене (Малчика), с. Ореш и накрая село Белене, където постройха около 1610 г. първият си манастир и дървена църква. След това отец Паоло поднесе в дар книгата си, посветена на първите мисионери Пасионисти дошли в България през 1782 г., за да помагат на владиката монс. Павел Дованлия, останал сам след оттеглянето на францисканите.
Кардинал Винко Пулич ни даде благослов на своя роден хърватски език. Всички бяхме много щастливи и въодушевени от дара да се молим заедно с кардинала пред мощите на бл. Евгений Босилков! След обща снимка кардинала отпътува. А ние продължихме празненство за 17-тата годишнина от ръкополагането и отслужването на първата литургия на нашия енорийски свещеник. Господи, благодарим ти за този прекрасен ден и за тази огромна благодат! Блажен Евгений, застъпвай се за кардинал Винко Пулич, за общността на отците-пасионисти и за нашата католическа общност!

28 aprile 2018

28 aprile 1918. Tu sei sacerdote per sempre. In memoria di Massimiliano Kolbe

Giusto giusto cento anni fa, il 28 aprile 1918, al tramonto della "inutile strage" della Prima Guerra Mondiale, veniva ordinato sacerdote a Roma un giovane ventiquattrenne polacco, Massimiliano Kolbe. Che tutti conosciamo per il gesto eroico del suo martirio ad Auschwitz, all'alba dell'altra inutile e tremenda strage della Seconda Guerra Mondiale.
Si può dire che il suo ministero sacerdotale si è compiuto all'interno di queste due tremende vicende del XX secolo, che hanno sconvolto la vita di milioni di persone.

Ho avuto la fortuna, da giovane seminarista, di "incontrare e conoscere" questo santo sacerdote, visitando a 18 anni la Città dell'Immacolata a Niepokalanow, e conoscendolo (andando un po' oltre la mitologizzazione del suo eroico finale sacrificio)... ne sono rimasto affascinato, soprattutto dal suo modo di vivere la propria consacrazione ed il proprio sacerdozio: con gioia e creatività.

Invito davvero tutti a leggere una biografia completa di questo bel sacerdote, che ha vissuto una vita intensa e creativa tra Italia, Polonia e Giappone. Creando, con la sua esuberante creatività, non pochi grattacapi ai suoi amati superiori e confratelli, che ora lo venerano come santo.

Essere infiammati d’amore (dagli scritti di san Massimiliano Kolbe)

Qualunque cosa noi facciamo, fosse anche un atto più che eroico, in grado di sconvolgere le basi di ogni male esistente sulla terra, ha qualche valore unicamente se, facendo tale atto, la nostra volontà si mette in armonia con la volontà dell’Immacolata e, attraverso lei, con la volontà di Dio.
Una cosa soltanto, quindi, vale a dire la fusione della nostra volontà con la Sua, ha un certo valore, anzi un valore totale.
Questa è l’essenza dell’amore (non il sentimento, benché esso pure sia buono ), che ci deve trasformare, attraverso l’Immacolata, in Dio, che deve bruciare in noi e, per mezzo nostro, incendiare il mondo e distruggere, consumare in esso ogni forma di male. È quel fuoco di cui il Salvatore diceva: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso”(Lc 12, 49 ).
Dopo di esserci infiammati noi stessi di questo amore divino (ripeto che non si tratta qui di lacrime dolci e di sentimento, ma di volontà, pur tra l’avversione e la ripugnanza ) faremo ardere il mondo intero.
Tuttavia, siamo noi che ci dobbiamo infiammare, noi che non dobbiamo raffreddare, ma avvampare sempre più fortemente, ci dobbiamo fondere, divenire una cosa sola con Dio, attraverso l’Immacolata.
Dobbiamo, quindi, concentrare tutta la nostra attenzione in questo, unicamente in questo, unirci in modo stretto e fonderci con la mano della nostra Maestra, della nostra Condottiera, affinché Ella possa fare con noi quello che vuole.
Allora, attraverso Lei, uniremo, fonderemo il mondo intero e ogni singola anima con il sacratissimo Cuore di Gesù, mediante il fuoco dell’amore.

Massimiliano Kolbe. Patrono del nostro difficile secolo
Giuseppe SIMBULA, Frati Minori Conventuali di Roma

“Questo sacerdote è proprio un galantuomo. Finora uno simile qui non l’abbiamo avuto”. Le guardie del campo di concentramento di Auschwitz, profondamente scosse, commentavano così il gesto compiuto da san Massimiliano Kolbe (1894-1941) chiedendo di sostituirsi ad un padre di famiglia condannato ingiustamente a morire di fame e di sete, in un buio bunker del famigerato campo di concentramento nazista. Tale morte venne preparata attraverso tutta la vita vissuta all’insegna dell’amore verso Dio e verso il prossimo. È quanto vorrei sottolineare in questa conversazione.

Molti del Kolbe conoscono solo la morte eroica; pochi sanno che è stata eroica anche l’intera sua esistenza: solo nei romanzi o nei film si può essere “eroi per caso”. Nella realtà si affronta la morte con gli stessi atteggiamenti interiori con cui si è vissuto; nell’esistenza concreta cioè, la vita prepara la morte e il modo con cui si va incontro alla morte rivela lo spirito che ha sostenuto e animato la vita di ogni giorno.
San Massimiliano Kolbe è stato autorevolmente e a ragione definito “patrono dei nostri difficili tempi”, evidentemente perché ha vissuto nel suo spirito le migliori aspirazioni dell’uomo contemporaneo, ha reinterpretato cristianamente quelle poco chiare e non si è lasciato abbattere o irretire dagli aspetti negativi. La mostra che stiamo presentando illustra stupendamente tutta l’esistenza del Kolbe e i nostri difficili tempi che possiamo identificare con il secolo XX e che rappresentano anche i tempi di san Massimiliano. Egli, è vero, del secolo XX ha vissuto solo 41 anni, ma il suo ricordo e la sua opera hanno continuato ad essere presenti anche nei restanti 59 e, ne siamo sicuri, continueranno ad esserlo ancora a lungo nella storia dell’uomo. Forse nessun periodo della storia umana è stato esente da difficoltà, ma, al di là di ogni confronto con le epoche precedenti, i nostri sono certamente tempi difficili, anche se, proprio per questo, stimolanti.

In questo contesto contraddittorio, perché tragico ma anche aperto a tanti segni di speranza, san Massimiliano, sostenuto da una visione cristiana della realtà e della storia, attraverso tutta la sua vita, lascia un chiaro messaggio all’uomo di oggi; un messaggio che può prendere varie direzioni per la molteplicità dei suoi interessi, ma che è anche facilmente riconducibile a unità; in primo luogo al principio da lui espresso con le seguenti parole: “L’odio non è forza creatrice. Solo l’amore crea”.

Tutta la vita, così come è stata ricostruita anche dalla presente mostra, è una chiara e convincente dimostrazione di come l’amore, anche nell’uomo, racchiuda in sé una grande forza creativa. Per amore a 23 anni, nel 1917, san Massimiliano, ancora studente a Roma, in compagnia di sei compagni, fonda la Milizia dell’Immacolata, un movimento ecclesiale di spiritualità e apostolato mariani per la difesa della Chiesa e la conversione dei suoi nemici. Il 1917 è l’anno in cui la massoneria celebrava il secondo centenario della Grande Loggia d’Inghilterra.
A Roma, tra l’altro, fu organizzato un corteo blasfemo che, dopo aver sfilato per le vie della città, si concluse in piazza san Pietro sventolando sotto le finestre del papa “un vessillo nero con l’effigie di san Michele arcangelo sotto i piedi di Lucifero” e con striscioni inneggianti a Satana; in particolare una scritta recitava: “Satana regnerà in Vaticano e il Papa lo servirà in veste di guardia svizzera”. Il 1917 è l’anno dell’avvento al potere dei bolscevichi in Russia che, se da un lato rivendicarono i giusti diritti delle classi povere, dall’altro si macchiarono, come tutti sanno, di eccidi efferati e assurdi. Il 1917 è pure l’anno delle apparizioni della Vergine Maria a Fatima con i materni richiami alla conversione per evitare almeno alcuni pericoli incombenti sul mondo.
Per amore della Chiesa dunque e dei valori evangelici che vede minacciati da tanti nemici e per amore degli stessi massoni e degli altri avversari del cristianesimo che egli vuol portare a Cristo perché in lui trovino il significato profondo della propria vita, nel 1917 padre Kolbe istituisce la Milizia dell’Immacolata.
Negli anni di studio ricerca le finalità della Milizia dell’Immacolata soprattutto con la preghiera e l’offerta delle sue sofferenze. Nel 1919, ordinato sacerdote e rientrato in Polonia, nonostante le sue fragili condizioni di salute – ha un solo polmone e per di più ammalato –, l’amore lo spinge ad un’esplosione apostolica: insegna storia ecclesiastica nel seminario teologico di Cracovia, attende alle confessioni, va a predicare nelle parrocchie vicine, fonda circoli di Milizia dell’Immacolata ovunque: nei seminari, nelle scuole e nelle stesse caserme, tiene conferenze catechetiche, organizza una biblioteca circolante. Inevitabile, dopo dodici mesi di intensa attività, un lungo ricovero nel sanatorio di Zakopane, dove nonostante l’assoluto divieto dei medici ad intraprendere qualsiasi attività, non riesce a tirarsi indietro di fronte alla richiesta di una serie di conferenze a sfondo religioso all’interno del sanatorio, fatta da alcuni universitari.
Tra ricovero in sanatorio e convalescenza si giunge al mese di ottobre del 1922. Nel suo grande amore per tutti i fratelli egli sente il bisogno di far giungere il messaggio evangelico al più gran numero di persone; per questo, in un momento di grave crisi economica, quando gli altri giornali sospendevano la pubblicazione, padre Kolbe dà inizio ad una rivista: il Cavaliere dell’Immacolata, modesta nella veste tipografica, ma ricca di contenuti catechetici. La rivista trova buona accoglienza, la tiratura aumenta gradualmente, padre Kolbe rileva una vecchia tipografia, fa il giornalista e il tipografo. Intanto, attratti dal suo fervore apostolico, giungono numerosi giovani che vogliono associarsi a lui nell’apostolato mariano attraverso la stampa, consacrandosi a Dio con i voti religiosi.

Gli ambienti del convento di Cracovia prima e di Grodno dopo non sono sufficienti per far posto ai macchinari, ai magazzini per la carta ed altro materiale e alle stesse abitazioni dei frati, per cui nell’autunno del 1927, con il permesso e la benedizione dei superiori, padre Kolbe fonda una città-convento, Niepokalanów: costruita con materiale poverissimo, ma concepita e realizzata per una numerosa comunità religiosa, nel 1939 ospita circa mille religiosi ed è dotata di tutte le officine e i reparti indispensabili per l’apostolato dei mezzi di comunicazione sociale, di un’attrezzata infermeria, di un reparto di vigili del fuoco, della panetteria, della sartoria, di una centrale elettrica e altro ancora. A Niepokalanów nell’attività apostolica si fa ricorso ai diversi mezzi di comunicazione sociale, ma si privilegia soprattutto la stampa.
Al Cavaliere dell’immacolata, che nel 1937 raggiunge la tiratura di 750.000 copie, si aggiungeranno presto altri mensili: il Piccolo Cavaliere (180.000 copie), il Miles immaculatae (10.000 copie), l’Informatore M.I. (42.000 copie: organo di informazione per i gruppi Milizia dell’Immacolata) e soprattutto il quotidiano Piccolo giornale (Mali Dzienik, 130.000- 150.000 copie). Ma la carità apostolica di san Massimiliano non può limitarsi alla Polonia. Agli inizi del 1930, quando sono trascorsi appena due anni dalla fondazione di Niepokalanów e la città convento avrebbe avuto ancora tanto bisogno di lui per consolidarne l’organizzazione, per formare i giovani religiosi, egli si reca a Roma per chiedere l’autorizzazione di Propaganda Fide e dei superiori dell’Ordine per aprire una missione della Milizia dell’Immacolata nell’estremo Oriente.
Inizialmente la destinazione è indeterminata; dopo vari contatti si orienta verso il Giappone, a Nagasaki, dove il vescovo cerca un docente di filosofia per i seminaristi ed è pronto, in cambio, ad autorizzare l’apertura di una nuova comunità religiosa dedita all’apostolato missionario-mariano attraverso la stampa. Padre Kolbe va bene al suo caso: è infatti laureato in filosofia e teologia. Il nostro santo abbandona la sua città-convento per recarsi in una terra lontana e sconosciuta spinto non tanto dall’impulso dato alle missioni, in quegli anni, dal Papa Pio XI, quanto dalla considerazione che la MILIZIA DELL’IMMACOLATA è per sua natura missionaria e per il fatto che egli appartiene all’ordine francescano; e san Francesco, per il Kolbe, è l’esempio dell’autentico missionario.
Giunto a Nagasaki egli non perde tempo: un mese dopo il suo arrivo in tale città, a Niepokalanów giunge questo sorprendente telegramma: “Oggi spediamo il primo numero del Cavaliere dell’Immacolata in lingua giapponese. Abbiamo tipografia. Gloria all’Immacolata”. Gli articoli erano stati scritti da lui in latino e tradotti in giapponese dai seminaristi. Ma nonostante questo felicissimo esordio i sei anni trascorsi in Giappone per san Massimiliano furono anni irti di difficoltà, sofferenze e incomprensioni: difficoltà di carattere canonico, perché non giungevano mai il beneplacito di Propaganda Fide e il consenso della Congregazione dei religiosi per l’apertura della casa religiosa e qualcuno prese ad accusarlo di essere un avventuriero; inoltre uno dei giovani religiosi condotti da lui in Giappone per ultimarvi gli studi di teologia fu espulso dal seminario di Tokio per una grave colpa, con rilevante danno al buon nome di tutta la comunità e con il rischio che ne venisse compromessa tutta l’opera. Infine molti sacerdoti mossero delle obiezioni contro il Cavaliere dell’Immacolata.

San Massimiliano fu convocato dal nunzio apostolico e dal vescovo di Nagasaki: al vescovo già suo amico, ma che in seguito a tante difficoltà incominciava a perdere la fiducia nel Kolbe, questi rispose che la rivista poteva avere tanti limiti, soprattutto di carattere linguistico; egli infatti, per la traduzione degli articoli in giapponese, doveva affidarsi a persone di buona volontà, ma che grazie ad essa le conversioni al cattolicesimo erano tante e gli consegnò numerose lettere di lettori che dicevano di avere conosciuto la fede cattolica e di aver ricevuto il battesimo grazie al Cavaliere dell’Immacolata. Di fronte a tale affermazione il vescovo, che riportava più che altro obiezioni raccolte dal clero, cessò di lamentarsi con il Kolbe.

Difficoltà di carattere economico: ogni sua attività apostolica era realizzata esclusivamente grazie ai contributi che gli giungevano dai confratelli della Polonia. Era stata concordata una certa somma mensile, ma non sempre questa giungeva puntuale, per disguidi postali ed altri motivi; se qualche volta chiedeva un contributo straordinario, constatava che venivano decurtati quelli ordinari; di conseguenza riusciva difficilissimo attuare i programmi stabiliti. I frati da parte loro vivevano nella più estrema povertà: dormivano in un soffino, sotto il tetto senza intonaco, e d’inverno poteva succedere che le coperte la mattina, al risveglio, si ritrovassero bianche di neve; per cucina inizialmente avevano un solo fornello, poi due, all’aperto; i muri della casa erano in legno con uno spessore che non raggiungeva il centimetro e senza intonaco, con grosse fessure che lasciavano passare dei pericolosi insetti; un alto terrapieno, che non poteva essere rimosso per mancanza di tempo da parte dei fratelli e di soldi per pagare degli operai, toglieva il sole al dormitorio e alle sale di lavoro Ma tutto ciò non portava tristezza e non spegneva lo zelo apostolico.

Ecco come il Kolbe commenta la situazione: “Tuttavia il nostro stato d’animo non è affatto divenuto triste. Per l’Immacolata si fa e si sopporta tutto con gioia: ebbene noi siamo in missione! In Cina i missionari superano difficoltà ancora maggiori. Gloria all’Immacolata”. Angosce e sofferenze gli provenivano dal fatto che qualche confratello non riusciva ad inserirsi nello stile di vita della comunità con il rischio di provocare scandalo nei giovani giapponesi che intendevano entrare nell’ordine.

Altre difficoltà nascevano infine dalle sue sempre precarie condizioni di salute, che male si conciliavano con il molto lavoro. Le sue giornate, infatti, erano intensissime secondo quanto egli racconta in un articolo per la rivista Misje Katolickie: “Subito dopo la meditazione del mattino, la santa messa, il divino ufficio e la colazione, bisogna prepararsi a lasciare il nostro ‘villaggio’ di montagna per raggiungere, dopo una ventina di minuti di marcia, la fermata del tram. Da qui il viaggio prosegue più comodamente e, dopo aver cambiato due volte il tram, si arriva al seminario diocesano, dove mi do da fare per imbottire il cervello dei buoni “filosofi” dagli occhi a mandorla di definizioni, di divisioni, di tesi e via dicendo. E poi c’è il ritorno. Sui tram il caldo non si sente ancora molto, ma quando, dall’ultima fermata del tram, bisogna arrampicarsi verso l’alto, anche se lungo una strada più larga e più comoda, tra gli squilli delle biciclette e i clacson e il frastuono degli autoveicoli, alloro il sole cocente esaurisce quel poco di forze che era rimasto nelle gambe e la persona, in una parola, si trascina in avanti. Dopo un ritorno di quel genere, ognuno può immaginarsi con quale “elasticità” la mente riesce ad applicarsi all’attività. E poi è indispensabile che io stesso dia almeno un’occhiata a qualche libro, perché sono passati ormai diciotto anni da quando sudavo su di essi e ormai più di un particolare è svanito dalla mente. E il Kishi? Se si dovesse redigere in polacco, i fastidi sarebbero appena un quarto e forse meno; invece, se, ad esempio, tu scrivi in latino, allora senza farlo apposta ti capita quello che traduce dal francese; oppure scrivi in italiano e proprio in quel momento arriva quello che traduce dal tedesco; e così datti da fare per preparare una seconda traduzione. Buon per noi che ci è capitato un bravo pastore protestante, che per amore verso san Francesco… si presta costantemente e senza pretendere nulla, ma unicamente per l’Immacolata, a tradurre dall’italiano. Ma le fonti ci sono? Certamente: in inglese, in francese, ma qui è possibile procurarsi con molta abbondanza notizie scritte in geroglifici cinesi, che uno dei nostri fratelli ha definito: “zampette di gallina””.

Padre Kolbe però non si accontenta mai di quanto fa. Egli anela sempre a qualcosa di più, per cui cuore e mente sono sempre in attività per progettare e programmare nuove iniziative e dare nuovi sbocchi alle opere già esistenti, al fine di raggiungere sempre più persone: anche in Giappone il suo impegno maggiore è rivolto alla stampa, oltretutto perché i giapponesi sono degli ottimi lettori. In Giappone, le particolari circostanze in cui è costretto a lavorare pongono il padre Kolbe di fronte ai problemi di ogni giorno, a difficoltà, dubbi, incertezze, sofferenze, umiliazioni, rimproveri, contestazioni, accuse. Gli scritti di questo periodo ci presentano un Kolbe sottoposto a stress psicologico e sempre sull’orlo del crollo. In altre parole rivelano soprattutto gli aspetti più umani del suo temperamento, quegli aspetti che lo avvicinano ad ognuno di noi, in quanto anch’egli partecipa di tutti i nostri limiti, ma insieme ce lo rivelano grandissimo, perché anche in queste situazioni sa essere fedele ai suoi principi e non si lascia travolgere dalle difficoltà. Il capitolo provinciale del 1936 richiama san Massimiliano in patria, come guardiano (superiore) di Niepokalanów.

San Massimiliano avrebbe voluto concimare la terra del Giappone con la polvere delle sue ossa, tuttavia accetta di buon animo la nuova obbedienza e intraprende il compito che gli è stato affidato dai confratelli con il consueto amore. Negli anni della sua assenza la città-convento si è ingrandita e si rende necessaria una riorganizzazione; anche i frati sono aumentati e i nuovi arrivati hanno bisogno di una formazione più solida. Di essi egli sarà soprattutto padre e formatore; di conseguenza il suo impegno prende due direzioni molto precise: riorganizzazione delle attività e formazione dei frati. Per poter far questo nel migliore dei modi egli ascolta i confratelli e visita gli ambienti di lavoro.

Il 1° settembre del 1939 la Germania dichiara guerra alla Polonia ed inizia l’avanzata delle truppe tedesche verso la capitale Varsavia. Il ministro della provincia religiosa dell’Immacolata, padre Maurizio Madzurek, dietro raccomandazione dell’ufficiale distrettuale di Sochaczew, dispone che i fratelli abbandonino Niepokalanów. Padre Kolbe, da parte sua, raccomanda ai fratelli di entrare nelle sezioni della Croce Rossa polacca, operante nelle loro città di origine. Dei circa 760 abitanti che animavano la città-convento, ne rimangono solo una quarantina, compreso padre Massimiliano, guardiano del convento, e il vicario padre Pio Bartosik. Il 19 settembre le truppe tedesche giungono in forza a Niepokalanów, pongono i sigilli alle macchine tipografiche e arrestano padre Kolbe e gli altri religiosi presenti. Furono lasciati liberi solo i fratelli Witold, Ciriaco e Timoteo, destinati all’assistenza dei feriti e qualche altro che si trovava nella casa di cura, con padre Antonio, nei pressi del convento. Durante l’assenza dei religiosi le abitazioni di Niepokalanów sono, scrive Kolbe, “svuotate dei vestiti e delle scarpe, delle varie suppellettili, delle macchine compositrici e piane”. Questa prima prigionia di padre Kolbe e dei confratelli dura ottanta giorni circa; vengono infatti liberati l’8 dicembre dello stesso anno, dopo aver vagato in tre diversi campi di concentramento (Lamsdorf dal 21 settembre al 24 ottobre, Amtitz dal 24 ottobre al 9 novembre, e Ostrzeszòw dal 9 novembre all’8 dicembre).

Di questi ottanta giorni di detenzione, negli scritti del Kolbe si parla solo di sfuggita e indirettamente. In qualche lettera viene ricordata assieme a tante altre notizie di cronaca del convento. Mai però alcun lamento o rammarico per l’ingiusto affronto subito con l’arresto e il peregrinare da un campo di concentramento all’altro, ma solo gratitudine all’Immacolata per la liberazione, avvenuta il giorno della sua festa, e per lo stesso comandante del secondo campo di concentramento, a cui fa giungere il proprio ringraziamento, mediante un biglietto alla mamma di lui: “Gentile signora, mentre ero internato nel campo di concentramento di Amtitz ebbi la fortuna di conoscere suo figlio. In quel luogo egli era comandante di compagnia e io dipendevo da lui insieme con alcune decine di religiosi. Egli destava la nostra meraviglia per l’alto livello della sua cultura e per un profondo senso di giustizia. Non so dove sia il suo attuale recapito, perciò, per suo tramite, gentile signora, intendo ringraziarlo cordialmente di tutto e fargli sapere che tutti noi, dopo tre settimane di permanenza a Schildberg [Ostrzeszòw], il 9 dicembre abbiamo felicemente raggiunto il nostro convento. L’Immacolata Vergine Maria lo ricompensi per ogni cosa”.

Nel frattempo (vale a dire durante il 1940) un po’ alla volta circa i tre quarti dei fratelli possono fare ritorno a Niepokalanów. Vengono riaperte le diverse officine, riassettati i locali del convento che si apre all’accoglienza dei profughi di guerra, tra i quali moltissimi ebrei. Ogni giorno, grazie ai prodotti dell’orto e delle stalle, vengono offerti tre pasti caldi ad ognuno dei 1.500 sfollati. L’infermeria e le diverse officine meccaniche ed artigiane sono poste a servizio dei nuovi abitanti del convento come pure dei contadini della zona. Padre Kolbe tenta di riprendere anche la stampa del Cavaliere dell’Immacolata, ma riesce a farne uscire solo un numero datato dicembre 1940-gennaio 1941. In questo stato di cose la preghiera diventa l’attività principale; viene infatti organizzata l’adorazione perpetua: notte e giorno i frati a gruppetti si alternano in preghiera davanti al Santissimo. Padre Kolbe non cede un istante allo scoraggiamento o alla rassegnazione, ma fiducioso nel Signore e abbandonato alla sua volontà, in una lettera ai fratelli dimoranti fuori Niepokalanów annota: “Lo scopo di Niepokalanów, come ben sappiamo, consiste nel diffondere la devozione e l’amore all’Immacolata e nell’attrarre a Lei le anime. Tempo addietro realizzavamo questo scopo prevalentemente con l’ausilio della stampa, mentre ora si rivolge una particolare attenzione alla preghiera, al lavoro manuale, alla produzione e all’azione di beneficenza”. È cambiata dunque l’attività, ma non lo scopo; intatte sono rimaste anche le caratteristiche dell’azione kolbiana che sono la povertà e la carità, come egli annota in un’altra lettera: “Anche in questi momenti – egli scrive – offriamo disinteressatamente, caritatevolmente il nostro lavoro a tutti coloro che lo chiedono e accettiamo le offerte da parte di tutti coloro che vogliono spontaneamente collaborare con noi”.

Dal punto di vista personale egli, da un lato, si immerge sempre di più nella preghiera e, dall’altro, infonde coraggio e fiducia a tutti. Inoltre, a partire da gennaio del 1941 va pensando cosa fare per portare conforto e assistenza spirituale ai deportati nei campi di concentramento nazisti. Mentre va rimuginando varie ipotesi, la mattina del 17 febbraio del 1941 le S.S. irrompono ancora una volta a Niepokalanów e padre Kolbe viene arrestato; dapprima è trattenuto per qualche mese nel carcere Pawiak di Varsavia, poi viene deportato nel campo di concentramento di Auschwitz, dove giunge il 18 maggio. Da qui scrive una lettera alla mamma, sconvolgente per la pace e la serenità che da essa emana: “Mia amata mamma, verso la fine di maggio sono giunto con un convoglio ferroviario nel campo di Awschwitz [Oswiecim]. Da me va tutto bene. Amata mamma, stai tranquilla per me e per la mia salute, perché il buon Dio c’è in ogni luogo e con grande amore pensa a tutti e a tutto”. Padre Kolbe è ormai completamente immerso nella mistica dell’amore. Egli si sente in intima e profonda comunione con Dio e di conseguenza il suo animo vive in una grande pace. Ogni sentimento umano, collocato all’interno dell’amore di Dio, vissuto ad un livello di grande intensità, viene ad approfondirsi. Ecco perché il formale “Carissima mamma” delle altre lettere qui diventa “Mia amata mamma”, che ripete anche nel contesto della lettera. Si trova ad Auschwitz, nel luogo in cui la violenza, la sopraffazione, l’odio trovano le espressioni più sadiche e diaboliche, eppure egli non ha niente da lamentare: “Da me va tutto bene”.

Il motivo è chiaro: egli è in comunione con Dio; si sente avvolto dall’amore di Dio: “Il buon Dio c’è in ogni luogo e con grande amore pensa a tutti e a tutto”. Inoltre egli ha la consapevolezza di trovarsi in quel luogo di orrore per una missione, come lascia intendere in una lettera di tre giorni prima alla comunità di Niepokalanów: quella di salvare delle anime; di essere luce in un luogo dove le tenebre sono fitte, di offrire una continua e suprema testimonianza d’amore, che renda credibile tutta l’opera apostolica svolta negli anni precedenti e l’annuncio di speranza e di amore evangelici che egli continua a svolgere anche lì ad Auschwitz. Frequentemente nei suoi scritti si trova l’affermazione secondo cui la sua missione e quella delle sue pubblicazioni consistono nella diffusione dell’amore cristiano. “Per questo ideale – scrive all’ufficiale distrettuale tedesco di Sochaczew – io desidero sempre lavorare, soffrire e magari offrire in sacrificio anche la vita”. Ecco perché di fronte ad un padre di famiglia che, condannato innocentemente a morire di fame e di sete in un buio sotterraneo, assieme ad altri nove sventurati, piange al pensiero dei figli e della moglie, per padre Kolbe è naturale uscire dalla fila e al comandante del campo che gli grida: “Che vuoi sporco prete polacco?” rispondere: “Voglio recarmi a morire al posto di quel padre di famiglia che piange”.

Con tale gesto padre Kolbe non solo intende restituire un padre di famiglia all’affetto dei suoi cari, ma anche offrire aiuto e conforto agli altri condannati perché muoiano con dignità umana e fede cristiana. Difatti, i sopravvissuti di Auschwitz raccontano che in altre simili esecuzioni, dal bunker della morte salivano pianti disperati, imprecazioni e bestemmie orribili, questa volta invece si udivano solo canti e preghiere. Nel programmare le iniziative apostoliche padre Kolbe pensava e progettava tutto in grande. Eppure ad Auschwitz, di fronte al pianto di uno sconosciuto compagno di prigionia, non pensò alle opere apostoliche intraprese ed ancora bisognose del suo apporto, ma unicamente a salvare da morte uno sconsolato padre di famiglia. Questo significa che la grandiosità delle sue opere non era esibizionismo o megalomania, ma espressione e riflesso del suo grande amore. Riflettendo sul gesto conclusivo e su tutte le scelte compiute da san Massimiliano durante la sua vita, mi sembra di poter concludere che egli, con il suo esempio ricorda a tutti il primato della persona umana e il dovere di ricercarne la piena realizzazione in tutte le sue dimensioni, a creare le condizioni per la sua stessa felicità, non solo per quella eterna, ma, in quanto possibile, anche per quella terrena; la realizzazione dell’uomo e la sua felicità infatti costituiscono una delle finalità della Milizia dell’Immacolata, alla cui causa egli consacrò l’intera sua vita.

Tutto questo però in un quadro di chiara trascendenza. Il mondo di Dio e il mondo dell’uomo, infatti, in lui, pur essendo ontologicamente distanti, non sono separati, ma si pongono in una forma di continuità ideale, collegati da due strade, una in discesa, grazie alla quale il mondo divino, la vita stessa della santissima Trinità, si traduce in somiglianze finite per mezzo della creazione, suggerite dall’amore; e un’altra in ascesa dal mondo delle creature; infatti, per una misteriosa legge di reazione, dalla terra parte tutto un movimento d’amore che sale verso Dio, in un cammino ascensionale che conduce l’uomo alla partecipazione della vita divina. Da questa situazione comunionale con Dio, di continuo scambio con Lui, in cui viene a trovarsi l’uomo, nasce la fiducia, l’abbandono, l’ottimismo kolbiano, naturale erede dell’ottimismo francescano. L’ateismo, al contrario, secondo padre Kolbe, negando Dio e chiudendo l’uomo nel cerchio del finito, finisce per negare e annullare anche l’uomo. Non offrendo, inoltre, alla sua esistenza un significato capace di appagare la sua sete di infinito, lo condanna al non-senso e alla infelicità. Ai noi cristiani poi, egli, apostolo infaticabile e insieme grande mistico, ricorda che contemplazione e apostolato sono un binomio inscindibile. Solo una forte esperienza di Dio e la chiara conoscenza della vocazione dell’uomo nella luce della visione cristiana del mondo può spingere all’apostolato fino al dono totale di sé, al sacrificio della stessa vita fisica. Figlio del suo tempo padre Kolbe dimostra fiducia e particolare interesse per la scienza e la tecnica e pone ogni sforzo per valorizzare ogni conquista umana ai fini della diffusione del regno di Dio. Il suo ottimismo nei confronti della scienza è tuttavia scevro da ogni forma di idolatria. Essa infatti è sempre subordinata alle esigenze dell’uomo e ai valori del regno di Dio. Infine, con l’evidente sottolineatura mariana della sua spiritualità, egli vuole indicare nella persona della Vergine Immacolata l’ideale dell’uomo nuovo. Maria, se da un lato è profondamente legata alle ordinarie circostanze della vita umana e intensamente impegnata nelle vicende quotidiane della nostra esistenza, dall’altro è la creatura che riflette gli “attributi divini nel modo più fedele possibile ad un essere creato”, e in cui più piena è la risposta d’accoglienza, d’amore e di riconoscenza verso il Creatore; per tale motivo Ella è l’archetipo e il modello a cui ispirare la nostra vita cristiana. L’amore all’Immacolata, che egli pratica ed insegna a noi, è tutto orientato all’imitazione.

Da qui l’impegno spirituale e apostolico: “L’Immacolata: ecco il nostro ideale: avvicinarci a Lei, renderci simili a Lei” nell’amore di Dio, nella disponibilità alla sua grazia, nella conquista di tutte le anime al Cristo, e nella fedeltà ai piccoli doveri della vita quotidiana. Questo messaggio diventa più chiaro alla luce del Vaticano Il, che ci propone la Vergine Maria, Madre di Gesù e a Lui associata nell’opera della salvezza, “come modello di virtù davanti a tutta la comunità degli eletti”. Alcuni aspetti del pensiero teologico-spirituale di padre Kolbe, che qui non è stato possibile accennare, possono risultare discutibili; fuori da ogni discussione, invece, è la coerenza con cui egli ha sempre cercato di vivere quanto ha insegnato agli altri, lasciando così ad ogni uomo consapevole della propria dignità ed in particolare ad ogni cristiano una lezione di coerenza. Negli appunti degli Esercizi spirituali in preparazione al sacerdozio scrive: “Sii uomo, sii cristiano, sii religioso”. Alla luce di questo proposito le scelte di tutta la sua vita vanno lette come gesti di coerenza, dall’apertura della missione giapponese fino al dono sacrificale della vita. Con la sua esistenza pienamente riuscita sotto l’aspetto umano, cristiano e francescano, viene a smentire chiunque vuole insinuare contraddizioni o contrasti insanabili fra le su citate dimensioni e ad affermare che esse, al contrario, si integrano e si aiutano a vicenda. Inoltre, qualora fosse stata necessaria ancora una prova, egli ha dimostrato inconfutabilmente che l’autentico amore per Dio non diminuisce, ma al contrario rende più solido ed eroico l’amore ai fratelli; che l’impegno religioso non porta a chiudersi nel privato, ma apre al coinvolgimento sociale. Molto opportunamente quindi ai due milioni di giovani convenuti a Roma per la XV Giornata mondiale della gioventù, fra i martiri del nostro secolo, è stato ricordato anche san Massimiliano Kolbe, martire di carità, patrono dei nostri difficili tempi.

27 aprile 2018

27 aprile 1949. Belene, cuore d'Europa.

Quando si pensa e di parla di Europa, si pensano e si dicono tante cose, chi più ne ha, più ne metta.
A me piace sempre pensare all'Europa come ad una casa, una casa più ampia dei confini geo-politici dell'Unione Europea, la casa dei popoli europei (che fino a poco tempo fa erano ancora abbastanza omogenei e ben definiti): Italiani, Inglesi, Francesi, Tedeschi, Olandesi, Spagnoli, Portoghesi, Croati, Serbi, Sloveni, Bosniaci, Bulgari. Greci, Romeni, Ucraini, Russi, Norvegesi, Finlandesi, etc, etc... Popoli tra cui ora arrivano altri popoli, come in antico, per metter su casa. L'Europa, una casa per i popoli. Un arcobaleno di popoli, lingue, fedi, idee, etc. etc.
Una casa viva, sempre in ristrutturazione, con le sue gioie e fatiche, con le sue ricchezze e debolezze.
La mia casa, perchè io sono europeo, e l'Europa è la mia casa, la mia famiglia.

E al centro della mia casa c'è una stanza buia, una stanza senza finestre, una stanza proprio in mezzo, nel cuore d'Europa. La stanza della storia, la stanza che conserva le foto e i ricordi, il ripostiglio del passato. Questa stanza si chiama Belene (altri la chiamano Jasenovac, altri Fossoli, altri Solovki, altri Dachau, altri Oswiecim...).

E' una stanza buia, un atrio che odora di morte, dove si è condensato il sangue misto all'acqua di lacrime salate dei milioni di morti, morti innocenti, vittime dei regimi totalitari, ideologici, criminali, che hanno drogato, illuso, imbestialito i nostri nonni, i popoli europei del XX secolo.
E' una stanza, una tomba su cui molti ci han messo una pietra sopra, e non vogliono (e non permettono a volte) che venga riaperta.

31 dicembre 2017

Ero straniero, e mi avete accolto. Nudo, e mi avete vestito.


Il nostro Presepio 2017: la barca di Cristo sbarcata sulla sponda del nostro Danubio
L'anno che salutiamo, e mettiamo nel cassetto dei ricordi,
è stato davvero un anno interessante e vivace per la nostra Comunità Cristiana di Belene,
sconquassata ed ancora leggermente frastornata dal ciclone
che ci ha colpito per aver vissuto e tentato di realizzare
il semplicissimo e normalissimo gesto di carità, misericordia e solidarietà,
una piccola famiglia siriana (papà, mamma e due figli),
secondo le indicazioni del Papa e del Magistero, rispettando tutte le leggi dello Stato.
Una famiglia di profughi, di semplici uomini e donne in cerca di pace.

Ma come in tutti i cicloni, noi siamo sempre stati nell'occhio del ciclone,
con tanta pace nel cuore, e tanta fede e speranza nel Signore,
e al termine di quest'anno lodiamo e ringraziamo il Signore
facendo nostre le parole dei giovani che a loro tempo furono salvati dalla fornace ardente:

"Benedite, pii e umili di cuore, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli.
Benedite, Anania, Azaria e Misaele, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli,
perché ci ha liberati dagl'inferi, e salvati dalla mano della morte,
ci ha scampati di mezzo alla fiamma ardente, ci ha liberati dal fuoco.
Lodate il Signore, perché egli è buono, perché la sua grazia dura sempre.
Benedite, fedeli tutti, il Dio degli dèi, lodatelo e celebratelo, perché la sua grazia dura sempre".

14 dicembre 2017

padre Paolo Cortesi “Uomo dell’Anno 2017”

A padre Paolo Cortesi è stato conferito il prestigioso premio “Uomo dell’Anno 2017”, durante le annuali premiazioni svolte dal Comitato di Helsinski bulgaro, a sostegno dei diritti umani e della legalità.  Quest’anno ricorre il decennale di questa premiazione, che si svolge in occasione della Giornata Internazionale dei Diritti dell’Uomo (10 dicembre).
Il sacerdote cattolico di Belene ha ricevuto la massima onorificenza di quest’anno a motivo della forte testimonianza di genuina misericordia da lui offerta nei primi mesi del 2017, accogliendo una famiglia di rifugiati siriani, dimoranti legalmente in Bulgaria. In seguito a ciò, un gruppetto di abitanti locali ha suscitato proteste, lo stesso padre Cortesi ha iniziato a ricevere minacce ed è stato richiamato in Italia.
“Non siamo riusciti a difendere questa pacifica famiglia siriana. Possa Dio perdonarmi, possa Dio perdonarci”, disse il sacerdote lasciando allora il Paese. Alla fine di settembre di quest’anno egli è stato rimandato in Bulgaria, ed ha dichiarato che spera di rimanere qui a lavorare almeno qualche altro anno.
Padre Cortesi ha anche il grande merito per l’incremento della conoscenza e dello studio del nostro passato totalitario, specialmente nel rendere onore alla memoria delle vittime del regime comunista, attività per la quale nel 2016 è stato insignito con la Medaglia d’Onore del Presidente della Repubblica di Bulgaria.
“Padre Paolo è un beato, perché è stato perseguitato e cacciato a causa della giustizia. Egli ha dato a tutti noi un esempio, su come comportarci con dignità, onore e coraggio quando restiamo soli contro l’ingiustizia”, ha detto il presidente della giuria, Krasimir Kanev, conferendo a Paolo Cortesi il premio “Uomo dell’Anno 2017”.
I premi “Uomo dell’Anno” hanno solo un valore morale, e non comportano nessun compenso finanziario. Ogni cittadino può nominare un’altra persona, un gruppo o una organizzazione. Quest’anno le nominations prese in considerazione dalla giuria sono state 37. Oltre a padre Paolo Cortesi hanno ricevuto onorificenze altre 8 persone.

(fonte: www.bghelsinki.org)

9 giugno 2016

IL CANTO DELLA LIBERTA'. Pellegrinaggio sull'isola di Belene in memoria delle vittime dei totalitarismi

REPORTAGE SUL PELLEGRINAGGIO NAZIONALE NELL'ISOLA PERSIN DI BELENE - 2016
Testi e fotografie di Hristo Hristov e Gheorgi Mihajlov,www.desebg.com 



Qui sopra puoi vedere una sintesi dell'evento su youtube:
i commenti e i discorsi sono in bulgaro, le immagini... in italiano.

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Al termine dell'annuale pellegrinaggio nazionale, per la prima volta nella storia, i Corazzieri (uno dei simboli dello Stato bulgaro), depongono le corone di fiori davanti all'incompiuto monumento in onore delle vittime del comunismo, nel Secondo Blocco del lager di Belene. 

2 aprile 2016

BELENE. Memoriale Europeo per i martiri del XX secolo

BELENE. Memoriale Europeo per i martiri del XX secolo:

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Mappa dei Passionisti in Bulgaria


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