18 luglio 2020

Melinda, Melonda, Melunda.


C’era una volta a Belene un albero di mele, chiamato melo, che non era né magico, né mitico, né poi tanto diverso dagli altri meli del mondo.
“E allora?”, direte voi miei piccoli lettori.
Eh! Allora fatto sta che questo melo era un albero speciale…
“E come fa ad essere speciale, se non è né mitico, né magico, né diverso da tutti gli altri”?, aggiungerete voi, lettori miei piccoli.
Beh, è un melo speciale perché è un melo TRINITARIO. Alt! Non pensare subito a qualcosa di divino, né: sì, anche quello là di Adamo ed Eva era un melo trinitario… ma non è mica quello!
Questo melo di Belene era trinitario perché faceva le mele ogni trentatrè anni, e non ne faceva due o tre, ma solo tre. Cioè: ogni trentatrè anni fioriva e faceva tre fiori, che poi (se le api non erano in sciopero) diventavano tre mele. E queste tre mele si chiamavano sempre Melinda, Melonda e Melunda. Perché lo stesso ramo dava sempre lo stesso fiore che poi si trasformava nelle stesse mele, più o meno, neh! Qualche anno di siccità erano un po’ più piccole, qualche anno di piovosità un po’ più cicciotte, qualche anno di ventosità un po’ più storte… ma tutto sommato le proporioni eran sempre quelle.

La zanzara Chiara e la bevanda amara.


“Alt! Fermo! Stop! Aspetta un momento! Perché alzi la tua mano per spiaccicarmi? Aspetta! Non renderti complice di questo genocidio! Fermo! Sono solo una piccola creatura indifesa! Possibile tanto odio contro di me e la mi specie?!? Cavoli! Da secoli cerchiamo di comunicare con voi! Da ore ti svolazzo intorno, e parlo, parlo, parlo! Ma cosa hai nelle orecchie? Cerume o bitume? Lavati un po’ le orecchie, e fermati ad ascoltare una buona volta! Cavoli! Ma quando la radio della tua auto emette solo ronzii… la prendi a bastonate o cerchi di sintonizzarla? Ferma quella cavolo di manaccia, ed invece di pensare a spiaccicarmi e liquidarmi, girati un po’ il naso a destra e sinistra, e sintonizzati! Bene, così… stringi bene il tuo nasino, e destra, sinistra, sinistra destra… Bene. Mi senti adesso? Sì? Ci siamo? Parlo mica cinese io, parlo la tua lingua? Ci sei? Mi senti? Mi ascolti? Mi capisci?”
“Miracolo! Ma sto davvero ascoltando una zanzara?!?!?”.

17 luglio 2020

E adesso… si cambia musica!


Tanti tanti anni fa, l’immensa e fertile pianura di Belene (oltre trecento kilometri quadrati di fertili ed immensi pascoli) attirò il famoso popolo dei Paolini, i signori dei Bovini che, costretto dalla desertificazione progressiva del loro paese d’origine (son cose che capitano, nella storia), si trasferì in massa nei Balcani, trovando casualmente la propria sistemazione definitiva nella pianura di Belene, che casualmente era un paradiso per le loro immense mandrie di mucche, tori, vitelli, bufali, bufale e bufalini.

I Paolini, complice l’unicità e la prosperità del posto, prosperarono, e si formò così il Regno dei Paolini Belenciani. Che come tutti i regni ebbe un Re (mica esiste l’anarchia nei regni, neh!), e pure una capitale (casualmente proprio Belene). ed il primo famoso Re fu l’epico Salvatoro I.

Nell’atto di prendere possesso del suo nuovo Regno, ed inaugurare secoli di prosperità, Re Salvatoro declamò:
“Ragazzi! Qui a Belene è tutta un’altra musica!
Per Dio! Basta sudare per cercare pascoli inariditi in mezzo a rocce e serpenti: questa pianura di terra nera come il carbone, di immense pozze d’acqua affioranti, è il nostro paradiso! Prosperare! E prospereremo! Vedrete! E per prosperare ancor di più… ho letto su gugol che se si mette la musica, le vacche fan più latte. Per cui decreto che da domani mattina in tutte le stalle, in tutti i pascoli, in ogni angolo del regno si mettano altoparlanti e si metta su tutto il giorno questa musica, che a me mi piace tanto assai: l’adagio di Albinoni!”.
E così fecero.
E, da non credere, davvero le mucche passarono dai 15 litri di latte quotidiano a ben 30 litri al giorno, sia per la succosa erba belenciana, sia per la musica aggiuntiva.
E fiumi di latte iniziarono a sgorgare e arricchirono tutto il popolo dei Paolini.
E la pianura di Belene diventò davvero un paradiso dove scorreva latte e miele (beh, per hobby i Paolini guardavano giù anche un po’ di api).

Passarono gli anni, passarono i secoli, e arriviamo alla storia che ci interessa a noi.
Ai tempi di Re Salvatoro 299°, dopo secoli di prosperità accompagnati dall’Adagio di Albinoni, una catena impressionate di eventi portò allo stravolgimento universale della quiete secolare.
Un giovedì qualunque il Re Salvatoro 299° fu incornato da un toro che era stato morsicato da un cane, reso rabbioso dal morso di un gatto, che si era mangiato un topo avvelenato dalla puntura di una zanzara che si era contaminata col sangue succhiato a un lebbroso appestato isolato sull’isola.
Ed il giovane Re Salvatoro 299° crepò all’istante.
Pace all’anima sua… e apriti cielo all’anime nostre!
Nessuno si era preparato a questo cambio di governo. Mai era successo (tutti i Re eran sempre morti, secondo tradizione, vecchi e sazi di giorni), e nessuno lo aveva programmato.
E così il piccolo e giovane figlio del morto e sepolto re (beh, piccolo mica tanto, essendo alto un metro e ottanta ((ma siccome la statura media dei Paolini era 2 metri e cinquanta… lui era realmente piccolo)), e giovane mica tanto, avendo ben 43 anni ((ma siccome l’età media dei Paolini si aggirava sui 240 anni… lui era realmente giovane), diventò il nuovo Re.
E cominciarono i problemi.

Il primo problema, che assillò non poco il Gran Consiglio, per ben tre anni, fu: “Come lo chiamiamo adesso?!? Siccome si chiama Salvatorino… Salvatorino I o Salvatorino 300°? Di per sé dovrebbe essere il trecentesimo… ma gli altri 299 si chiamavano Salvatoro, non Salvatorini…!”.
Il giovincello Salvatorino, ascoltando annoiato i leguleici in quindi ed in quinci ed in punta di forchetta discorsi per tre anni consecutivi, propose: “Ragazzi… tagliamo la testa al toro, altrimenti mandiam tutto il regno in vacca: mi chiamerete come sempre, cioè Salvatorino, senza primo e senza trecento. Semplicemente Salvatorino. Punto e a capo. Andiamo a lavorare, che è meglio!”.
E così, finalmente, il giovane quarantaseienne Salvatorino fu incoronato Re Salvatorino.
Ma i problemi non finirono qui.

Il primo giorno di Regno, Salvatorino ( i più allora lo accusarono di giovanile inesperienza per aver provocato questa tragedia epocale che sconvolse gli equilibri del mondo) fece il primo decreto del suo nuovo regno, che sconvolse per sempre la storia:
“Ragazzi, da domani si cambia musica! Rispetto la tradizione, e continueremo a mettere la musica secondo tradizione, ma basta con questo noioso Adagio di Albinoni! Ne abbiamo piene le stalle! Da domani… mettiamo su un po’ di Mozart!”.
E fu così che lunedì mattina, al posto del solito Adagio di Albinoni che aleggiava sui pascoli da ben 240 anni, le frizzanti ed allegre note di Mozart riecheggiarono, tra lo stupore generale, sulle placide ed amene pianure di Belene.
Ma alla sera una delegazione di pastori si recò furiosa al castello, e protestando chiassosamente disse al Re Salvatorino:
“Ma lei è impazzito! Lei ha stravolto le nostre tradizioni! Ma lo sa che tutte le vacche oggi, invece del solito candido e gustoso bianco latte, hanno prodotto un coso fermentato, mezzo solido e molliccio, cremoso ed acidiccio? Che schifo! Mai i nostri palati han gustato tal schifezza! Che cos’è sta roba qi!?!?”.
Salvatorino, il birichino, disse: “Ragazzi, calma. E’ solo yogurth! E’ ovvio che con la musica di Mozart il latte si vivacizzi un po’. Nessun problema: lo lanceremo sul mercato, e con il nuovo, unico ed originale yogurth belenciano, conquisteremo nuovi orizzonti…”.
Ma i pastori non vollero saperne di nuovi orizzonti, ed invece di lanciarlo sul mercato, lanciarono tutto lo yougurth nel Danubio, dicendo:
“Ma che vada a quel paese questo benedetto yogurth! Cambia musica, Re Salvatorino, o buttiamo pure te nel Danubio!”.
E fu così che Salvatorino, assecondando il volere del popolo, decretò: “Va bene, calmi, va bene! Da domani si cambia musica! Mettete su il disco di Pino Daniele, Mia Martini, Renzo Arbore e Gigi D’Alessio!”.

Il giorno dopo fu più calmo, e le vacche e le bufale tutte pascolarono al suono della musica partenopea. Ma alla sera, di nuovo, i pastori si recarono a protestare in massa al castello:
“Basta! Bastaaaa! Rivogliamo la musica tradizionale! Oggi le bestie, invece del solito gustoso latte, han sfornato una cosa bianca, molle, filamentosa e gommosa… che porcheria è mai questa!?!? La tua musica ci sta rovinando!!!”.
Il Re, stupito di tanta rabbia, cercò di calmarli, e disse: “Ma ragazzi! Su, dai! Statemi in campana! E’ solo mozzarella di bufala di campagna… Adesso la lanciamo sul mercato, e vedrete che successo internazionale! La gente va matta per la mozzarella di campagna…”.
Ma i pastori ribelli, invece di lanciare la mozzarella di Belene sul mercato… la lanciarono tutta nel Danubio, e dissero al Re: “Cambia musica, oppure gettiamo pure te nel Danubio, te e la tua mozzarella del cavolo!”
E così il Re Salvatorino, per salvare la pace del regno (ed anche il suo seggiolino), accontentò la voce del popolo scontento, e decretò: “ Ragazzi, da domani si cambia musica!”.

E fu così che il terzò giorno iniziò. Tutti si alzarono all’alba, pensando di essere di nuovo accompagnati dalla tradizionale musica di Albinoni… ma con loro orrore, per tutto il giorno, furono bombardati da un mix di canzoni del XXI secolo: Vasco Rossi, Zucchero, Giorgia, Ramazzotti, Ligabue, Bennato, Caparezza, Fossati, Mietta e chi più ne ha ne metta.
E così alla sera, tutti gli abitanti del Regno, non solo i pastori, insorsero e presero d’assalto il Castello, urlando:
“Basta! Basta! Nel tuo cuore ora ci ficchiamo un’asta! Oggi le nostre mucche, invece del solito dolce, bianco, gustoso latte… han prodotto schifezze di tutti i colori, bianche, gialle, marroni, e pure a puà con la muffa!”.
Il Re Salvatorino ci provò a calmare cotanta furia cieca, dicendo: “Ma ragazzi… siete tutti così suonati? Son solo diversi tipi di formaggi: caciotta e pecorino, emmenthal e gorgonzola, brie i camamber… ad ogni musica il so formaggio… Pensate un po'… se li lanciamo sul mercato… che successo… che bello, cento gustosi diversi tipi di formaggio… non piangete sul solito latte versato… non è più bella la varietà e la ricchezza di scelta? Su, dai… perché vi si è incantato il disco su Albinoni?!? C’è così tanta musica bella e variegata…”.
Ma non ci fu nulla da fare. Dopo aver lanciato tutti i formaggi vari non sul mercato, ma nel Danubio, gettarono pure il Re nudo nel fiume in pasto ai pesci, ed andarono tutti in barca alla foce, aspettandolo al varco.
E quando il corpo del martoriato Salvatorino, sbattuto qua e là sulle rocce del fondo, e morsicato là e qua dalle ittiche bestie del fiume, arrivò alla foce… quelli lo misero in croce.
E tra sputi e bestemmie, davvero gli ficcarono un’asta nel cuore.
E fu così che morì e finì il breve regno (tre giorn soltanto) del povero Re Salvatorino, il quale osò provare di cambiar musica… Apriti cielo!

E tornati tutti a casa, finalmente sbarazzatisi di quel mostro rivoluzionario, dopo quell’assurda parentesi, si scelsero un Re e lo chiamarono Salvatoro 300°, rimisero su l’Adagio di Albinoni e le bovine tornarono a fare il solito latte di sempre.
E da allora vivono felici e contenti, sentendo Albinoni e bevendo latte bianco.
E più nessuno sentì parlare di yogurth, mozzarelle, formaggi ed altri derivati.
Ovviamente... queste cose non eran latte per i loro denti da latte...

15 luglio 2020

Di come Biancanonna sfornò 77 figli alla veneranda età di 99 anni!


Nella puntata precedente:
a causa dell’inverno demografico e della emigrazione di massa, i paesi della Bulgaria, abbiamo visto che all’inizio del XXI secolo stanno scomparendo dalla carta geografica. Tra di essi anche il paese di Belene, dove, dopo la morte e l’emigrazione di praticamente tutti gli abitanti ed infine con l’emigrazione dei sette nonni, era rimasta solo un’anziana vecchietta, la Biancanonna, che nella puntata precedente abbiamo lasciato sola, come l’ultima dei Mohicani, seduta sconsolata sulla sua panchina, ad aspettare la morte.

Passarono i giorni, e la vecchia nonna Bianca, rimasta sola a Belene, diventava sempre più vecchia.

14 luglio 2020

Biancanonna ai setti nonni: “Orsù! Basta! Facciamo figli o facciamo i bagagli!”


Avvertenza:
MANEGGIARE CON CURA!
Il contenuto di questa storia è
severamente vietato ai bambini maggiori di anni 18!
Il racconto contiene infatti contenuti altamente scabrosi
che potrebbero influire negativamente sulla loro psiche!
Non sia mai che leggendo o sentendo parlare
di fare bagagli, emigrare, profughi…
comincino a cadere in depressione o diffusa insicurezza!!!

Secondo i dati ufficiali nientepopòdimeno che dell’Istituto Nazionale di Statistica, a causa del gelido inverno demografico e della emigrazione di massa, negli ultimi anni ben 164 paesi in Bulgaria hanno chiuso i battenti (cioè se n’è andato l’ultimo abitante, o al cimitero, o da qualche altra parte).
Ed al primo gennaio 2020 risultano ben 1900 (millenovecento) centri abitati con meno di 50 residenti, con la rosea prospettiva di sparire molto presto.

In uno di questi paesini, chiamato casualmente Belene, nel lontano 2021 erano rimasti solo 8 (otto) vecchi abitanti, concretamente una vecchia nonna vedova, e sette nonni vedovi.
Ovviamente vivevano in otto vecchie decrepite case, e davanti alle otto decrepite vecchie case avevano le tradizionali decrepite otto vecchie panchine. E, dopo aver fatto la solita frugale colazione, e nutrito le solite due galline, e bagnato i soliti quattro pomodori e sei cetrioli… se ne stavano seduti tutto il giorno sulle loro panchine ai bordi della strada, aspettando il treno della morte che inesorabile si avvicinava, e dandosi ogni tanto la voce da una panchina all’altra.


13 luglio 2020

Chi dorme, non piglia pesci.


Si sa, a volte alla sera i bambini inquieti ed irrequieti non ne vogliono proprio sapere nulla di dormire.
Le mamme di Belene, in questo caso, raccontano ai bambini irrequieti ed inquieti di Belene questa storia.
Provate a vedere se funziona anche coi vostri: se si addormentano profondamente e dormono sereni e tranquilli… beh, allora vuol dire che funziona anche da voi!

Come tutti ben sanno, il nostro bel Danubio blu
è strapieno di pesci vivaci, gialli, rossi, verdi e blu.
E tutti vivevan felici e contenti giocando a palla,
quando un bel giorno di tre anni fa tutti i pesci vennero a galla
per vedere…
per vedere non la palla di pelle di pollo,
fatta da Apelle, figlio d’Apollo…
ma cosa fosse quell’ombra scura e tonda
che aleggiava oltre l’acqua sulla sponda.

“Aiuto! Aiuto!” Gridaron i muti pesciolini,
che dalla paura si riempiron i pannolini.
A riva infatti arrivato era un grand’orso,
più enorme ed affamato d’un cane còrso!

Addio la pace, addio i giochi, addio tranquillità,
in un sol colpo i pesci lasciaron ogni amenità.
E guizza a destra, schizza a sinistra,
si buttaron tutti a pesce verso Silistra.

E ancor oggi scappando stanno quelli,
come saettanti spaventati stornelli,
non sapendo più che pesci pigliare
come pesci fuor d’acqua continuando a nuotare.

Ma se invece di un branco spaventato
fosser stati un po’ più calmi ed attenti,
il terribil orso a lor mostrato
si sarebbe con gli occhi spenti,
e sdraiato sulla spiaggia,
com’un piccol topolino,
si schiacciava un pisolino,
e caduto in gran letargo,
con la testa sul cuscino,
è un nonsenso stargli al largo.

E dopo tre anni l’enorme orso, specializzato in sbranamento di gustosi tranquilli pesci di fiume, ancora dorme profondamente, sprofondato nel suo epocale letargo.
E quindi, perché agitarsi ed inquietarsi ed angustiarsi e tormentarsi e rovinarsi la bile?
Dormiamo pure comodamente e serenamente, che tanto l’orso terribile dorme e non piglia pesci!

12 luglio 2020

Sopra la gerra l’aberrante guerra che ogni schifo sotterra, sotto la gerra la bella terra che il bel granello afferra


Quando Paolino il Contadino, rimasto senza un soldino e non trovando nessun lavorino, neanche come facchino e neppure come imbianchino, lesse l’annuncio sul giornale serale, non credeva ai propri occhi:


“R.R.R. REGALASI 100 ETTARI!
Il paese di Belene,
nella fertilissima pianura di Belene,
sulla sponda del bel Danubio Blu,
regala 100 ettari di terreno
al primo contadino che si presenta!
Che aspetti? Corri!
Ed il terreno sarà tuo!”.

Paolino, che era un contadino, non ci pensò su neppure una volta.
Zaino in spalla, zappa in mano, cintura ai fianchi e sandali ai piedi, e via, come un fulmine a ciel sereno verso Belene. Chi prima arriva, meglio aalloggia, no?
Per strada però l’entusiasmo cominciò a scemare, ed i dubbi a crescere.
“Qui gatta ci cova – si diceva tra se e se Paolino – Nessuno regala così la terra… Cosa mai può uscire di buono da Belene? Dev’esserci un trucco… Sicuramente il trucco c’è e non si vede… Non è tutto oro quel che luccica… E se fosse uno specchietto per le allodole? Sento puzza di gatto e di volpe e di Campo dei Miracoli… Gratta, gratta e sarà certo una fregatura…”, e via di seguito.
Arrivato a metà strada, nel mezzo del cammino di questa avventura, Paolino si sedette sotto un kikajon, ed estratto il suo palmare apri Gugol e digitò Belene. E non poteva credere ai propri occhi: questo paese di Belene esisteva davvero, ed aveva ben 285 km quadrati (per capirci: il Comune orobico di Carobbio degli Angeli è esteso solo 6,82 km2, cioè ci sta 42 volte in quel di Belene) di terreni di prima categoria, cioè terra nera nerenta, senza un sassolino, frutto dei depositi alluvionali del Danubio (cugina povera del ben più famoso limo d’Egitto). Ed oltre a ciò Gugol diceva che ormai il paese era spopolato ed in via di estinzione, e molti campi e case erano abbandonati.
Da non credere! Allora era vero! Parola di Gugol! La terra era lì che aspettava!
E così Paolino il Contadino, ringalluzzito, rincuorato e rianimato da questa insindacabile conferma, si rialzò pieno di desiderio e si fiondò in quel di Belene.
Arrivò a Belene per primo (a dir la verità… fu anche l’unico ad arrivare… Mica tutti credono a quello che dice Gugol o alle feik nius, neh!), e si presentò allo sportello dove regalavano i terreni. Firmò tutti i documenti d’uopo, e corse nei suoi nuovi campi. E dopo averli girati tutti in lungo ed in largo, non potendo più stare nella pelle, chiese in giro dove poteva acquistare semi da seminare.
“Ah, si vede che lei è forestiero! C’è solo il negozio del Meme Trireme, il signore del seme, come lo chiamiamo qui. Destra, sinistra, sinistra, destra, e lo trova”!
Paolino il contadino segui le indicazioni, ed entrò nel negozio di Meme Trireme.
“Salve, avete dei semi?”, disse all’omone grosso e barbuto dietro il bancone.
“I migliori dell’universo!”, rispose col suo vocione quell’omone, cioè il Meme Trireme.
“Beh… mi servirebbero un quintale di semi di formentù, uno di melgù e uno di ravissù”.
“Lei è fortunato: li abbiamo tutti. Però ci son diverse qualità. Guardi lì: ci sono le sementi cinesi… costan poco, però rendono anche poco, solo un 20%; poi quelle verdi, sono le sementi tedesche, un pelino più care, ma rendono il 60%. Se proprio vuol fare un affare… ci sono poi le sementi belenciane locali, quelle qui di Belene, le migliori dell’universo, selezionate da secoli ed adattissime a questa nostra nera terra: costano il triplo delle altre, ma rendono il 100%, a volte pure il 150%”.
“Usti! Le prenderei subito… ma non si offenda: son Paolino il contadino, e son rimasto senza un soldino… per cui… prendo quelle cinesi, che costan meno”.
E, conclusa la compravendita, Paolino se ne tornò ai suoi campi coi suoi nuovi cinesi sacchi pieni di semi cinesi. Nei giorni successivi arò, erpicò, seminò, rullò, e poi bagno, disinfestò, bagnò, concimò… e attese il raccolto.
Solo che… non nacque niente, solo erbacce e porcherie del genere. Non riuscì a raccogliere neppure una pannocchia di granoturco, neppure un chicco di frumento, neppure un sacchettino di ravizzone. Un anno di lavoro buttato nel cesso, come si dice.
Ancora pieno di entusiasmo, nonostante la delusione del mancato raccolto, tornò da Meme Trireme, signore del seme, per tentare una nuova semina.
“Senta… secondo me il seme cinese non vale una cicca… Può darmi qualche quintale di semi, stavolta mi dia solo sementi tedesche!”
“Affare fatto, ecco a lei”, disse sornione il Meme Trireme, tringendo la mano a Paolino il contadino ed ovviamente incassando i soldini.
Paolino il contadino, tornò nei sui campi e ripetè, da bravo contadino, tutte le precedenti ed abituali operazioni: arare, fresare, concimare….
Ma anche stavolta, nonostante la professionalità, l’impegno, il sudore ed il lavoro quotidiano di Paolino il Contadino… nulla! Solo erbacce, spine, rovi ed aria fritta.

“Vabbè… son cose che capitano… proviamo ancora una volta”, si disse, sconsolato, il Paolino.
E tornò dal Meme, e stavolta si giocò tutto quello che gli era rimasto ed in un colpo di follia comprò sementi belenciane, quelle che sicuramente avrebbero reso il 100%, o addirittura il 150%.
Paolino il contadino, tornò nei sui campi e ripetè, da bravo contadino, tutte le precedenti ed abituali operazioni: arare, fresare, concimare….
E stavolta, a differenza delle due volte precedenti… non spuntarono neppure le erbacce! Solo arida terra polverosa. Peggio del deserto dei Gobbi!.

Affranto, umiliato, deluso, amareggiato, sconfortato, disilluso, rassegnato, frustrato, offeso, a terra, senza un soldo, spiantato, schiantato, sfracellato, morto dentro, sull’orlo di una crisi di nervi, sul punto di farla finita una volta per tutte, con un rimasuglio proprio ugli di speranza, Paolino il Contadino tornò nel negozio di Meme Trireme, ed iniziò ad inveire:
“Imbroglione! Traditore! Sfruttatore! Mi aveva promesso che il di lei seme era il migliore dell’universo! Lei… il signore del seme? Ma va là! Chi si crede di essere? Lei è il re degli imbroglioni! Lei è un Lestofante di prima categoria! Mi ha fregato tutti i soldi, e mi ha venduto pan per focaccia! La sua semente fa schifo! Lei fa schifo! Che schifo! Ma si vergogni! Ma cambi mestiere! Ma vada a zappare la terra, zoticone! Cafone! Io la porto in tribunale! Io la faccio condannare e frustare! Vedrà adesso cosa le faccio! Io la metto in croce, lei! Truffatore dei miei stivali!....
Continuò così per mezz’ora (tralascio le parolacce, che non sono adatte ai banbini!).
Meme Trireme lo lasciò sfogare, avendo gran compassione per le sfortune agricole di quel povero immigrato. Poi, quando Paolino restò senza fiato e non sapeva più a che dio rivolgersi, gli disse:
“Ascolti, caro Paolino. Sulla qualità del seme ci metto la mano sul fuoco: il seme che distribuisco io produce sempre qualcosa, in qualunque situazione. Secondo me il problema non sta nel seme… forse sta nel suo lavoro…”
“Ma come si permette? Io sono un contadino da una vita, da cento generzioni! Io ho fatto tutto quello che si doveva fare e come Dio comanda!”
“Beh… allora il problema è nel terreno! Ovvio.”
“Ma come? La pubblicità diceva che il terreno era terra nera, la migliore… e pure Gugol lo dice!”
“Eh… ma lei crede alla pubblicità e a quello che scrivono su Gugol? Non la facevo così credulone…”
“Ma…”
“Ascolti. Ecco cosa facciamo. Adesso chiudo il negozio. Usciamo insieme, e andiamo a dare un’occhiata ai suoi campi”.
E così fecero.
Quando furono nei campi di Paolino, Meme Trireme scoppiò a ridere. E rise per mezz’ora.
“Scusi, neh! Perché ride? Non mi sembra una situazione ridicola… Direi tragica. Non c’è niente da ridere”, sbottò un imbronciato Paolino.
“Scusa. Ma ridevo perché è così ovvio perché qui non cresce niente… Ti hanno imbrogliato alla grande! Ma guarda tu, che imbroglioni! Ma adesso li freghiamo noi, ben bene! Pan per focaccia!”.
“Imbroglio?!? Ma che imbroglio… la terra qui è nera come il carbone! Sei tu l’imbroglione: mi hai venduto un seme farlocco!”
“Già: proprio nera come il carbone! Perché qui, proprio sotto i tuoi campi, c’era una Centrale Atomica a Carbonella. Cioè, per quarant’anni dicevano che qui avevano costruito una Centrale Atomica, ma in verità ci bruciavano carbone. E ti han fregato ben bene: han steso venti centimetri di terra sopra i resti della Centrale a Carbone. Prova a scavare un po’, e vedrai, e poi mi crederai! Ecco perché non cresce nulla…”.
Paolino si mise a fare buche a destra e a sinistra, lungo tutto il campo, e trovò come gli aveva detto Meme Trireme; sotto venti centimetri di terra… c’erano lastre di cemento, strati di carbone, macerie contaminate, rifiuti di ogni tipo, tutto ben solidificato e compresso.
E pianse amaramente.
Sia per la truffa subita. Sia per tutti i suoi soldi buttati al vento. Sia per aver dato del bugiardo all’onesto Meme. Sia per essersi fatto abbindolare come un cretino. E per essere ormai al lastrico, in tutti i sensi. E un’ondata di disperazione cominciò a travolgerlo da dentro. E piangeva amaramente.
“Su! Dai, Paolino, perché piangi? Non tutto è perduto. Siediti lì, adesso ci penso io”, gli disse il Meme, abbracciandolo per consolare quell’inconsolabile.
Estrasse il cellulare, fece una telefonata, e si sedette accanto a lui.
Dopo mezz’ora, erano circa le tre del pomeriggio, la terra si mise a tremare, e dall’orizzonte iniziarono ad emergere strane ombre.
Meme sorrideva, felice come una pasqua.
Paolino invece era basito: “Cosa diavolo succede adesso?”
“Non preoccuparti… Stanno arrivando i mie amici… sai, quella telefonata di poco fa….”
E arrivarono decine di ruspe e pachere e camion da cantiere e centinaia di operai, e si misero subito all’opera: scoperchiarono quel vaso di Pandora, rimuovendo i venti centimetri di terra buona. Poi cominciarono a demolire le lastre di cemento e a caricare le macerie ed i rifiuti. I camion partivano poi pieni per la discarica (che è il posto adatto per i rifiuti, neh!).
E così, in quattro e quattrotto, dopo tutto questo quarantotto, emerse la pura terra vergine, nera come la pece, ma stavolta di quel nero che si deve, come Dio comanda.
E gli amici di Meme Trireme arrivarono coi trattori ed ararono, concimarono, fresarono, seminarono (“Ah! Non preoccuparti! Questo seme lo offro io!”, disse il Meme a Paolino, che stava pensando a chissà quale fattura gli sarebbe stata addebitata).”
Finito il lavoro, dopo aver rullato ben bene ed annaffiato il tutto, stesero una lunga tavolata, ed una enorme griglia, e si fecero una solenne grigliata e mangiata ed una ancor più solenne bevuta. Tutto a spese del Meme, ovviamente.
E fu così che quando venne il tempo del raccolto, i campi di Paolino produssero il 1000 per cento: un raccolto di proporzioni bibliche, mai visto prima, da che mondo è mondo.
E così pure per gli anni a venire.
E come pensate che visse da allora in poi Paolino il Contadino? Felice e contento?
No… felice e contento è solo un eufemismo.
Visse con il cuore che gli scoppiava di gratitudinezza: aveva trovato il campo, aveva trovato il tesoro, aveva trovato l’amico e soprattutto aveva trovato il seme celestiale!
E visse scoppiettante di gioisa gratitudine, per tutti i secoli dei secoli. Amen!
(PS: La “gerra” è semplicemente la “ghiaia”, in lingua bergamasca.)

11 luglio 2020

Un bel bagnetto, e poi tutti a letto!


Per noi gente normale è normale coricarci, cioè andare a letto ogni sera e (sperando in bene), rialzarci dal letto al mattino. Ed ugualmente normale è che i nostri letti né si alzano né si abbassano: in qual caso chiameremmo un esorcista o un sismologo! Provate a stare fermi in un letto che balla: vi verrebbe una fifa blu!
E così, giorno dopo giorno, alla sera ci abbassiamo e ci stendiamo sul nostro fermo, stabile, orizzontale letto. E notte dopo notte ci rialziamo dal nostro orizzontale, stabile e fermo letto.
 Ebbene… a Belene non succede così, ma esattamente il contrario.
So che per voi è difficile anche solo concepire ciò… ma a Belene quello che sta nel letto è fermo, stabile e orizzontale, mentre il letto si alza e si abbassa!
A Belene è normale che il letto si alzi e si abbassi, e nessuno ci fa caso. E’ sempre stato così. La fifa blu invece viene ai Belenciani quando il signore che sta nel letto si alza.

E così, molto tempo fa, il buon Petarcio fu incaricato dalla cittadinanza tutta di stare ventiquattrore su ventiquattro davanti al letto di questo signore, e di osservare attentamente che stesse nel letto, senza alzarsi troppo. E se per caso stesse per abbandonare il letto… beh, avvisasse tutti, gridando: “Allarme! Allarme! Sta uscendo dal letto! Sta uscendo dal letto! Si salvi chi può! SI salvi chi può!”.

E fu così che il buon Pètarcio piantò la sua tenda sulla sponda del grande Signore, il bel Danubio Blu. Davvero un gran signor fiume, mica un torrentello o una seriola…
E per sua grande fortuna, e per fortuna di tutti noi, il signor Danubio per diversi decenni restò buono buono nel suo letto. Ogni tanto provava ad alzarsi un po’, ma poi tornava a coricarsi, e tutti dormivano sonni tranquilli.
E mai, proprio mai, Petarcio dovette dare l’allarme inondazione.
E tutti gli abitanti si abituarono di questa tranquillità soporifera, e si dimenticarono pure di Petarcio.
Passarono gli anni e, mentre tutti mangiavano e bevevano, compravano e vendevano, nascevano e morivano, si sposavano e divorziavano, votavano e pagavano le tasse… senza che nessuno lo vedesse, sotto le placide e sornione acque il letto del Danubio si stava inesorabilmente alzando.
Anno dopo anno infatti detriti, sassi, fango, rami, rifiuti ed affini si erano accumulati sul fondo, e così il letto si era alzato.
E fu così che una notte, svegliandosi, il buon Petarcio, ormai invecchiato e vicino alla pensione, constatò con orrore che qualcosa non andava: il livello delle acque era vicino all’orlo dell’argine, e continuava ad alzarsi! Mai il Danubio si era alzato così tanto! Ancora un poco e sarebbe uscito… e allora apriti Cielo! Belene sarebbe stata spazzata via dalla faccia della terra.
Petarcio, preso il suo bastone, si mise a correre per le strade del paese ed a urlare l’allarme, ma, nessuno degli assuefatti alla normalità belenciani gli prestò attenzione (un po’ come nella storia di AL LUPO! AL LUPO!). E continuarono a stare a letto e dormire sereni.
Solo quando le acque tracimarono e inondarono il paese, arrivando a 53 centimetri di altezza (i letti di Belene sono alti 50 cm, n.d.a.), e le gelide spire del liquido danubiano lambì le schiene dei dormienti belenciani… allora sì che si svegliarono ben bene, e si alzarono tutti dal loro letto.
E corsero a destra e sinistra, provando a fermare il fiume con sacchi di sabbia e bastoni, rovesciando carri e carretti, mattoni e pietre… ma nulla.
Era una lotta ìmpari e disperata: nessuno al mondo avrebbe mai potuto fermare il gigante risvegliato.
Petarcio, sconsolato, spossato, sfiancato, deluso, amareggiato, scioccato, frastornato, impotente, debilitato… si stravaccò sopra un tetto (ormai l’acqua era arrivata a 2 metri di altezza). E si sfogò, guardando le acque su cui si rifletteva il cielo: “Ci salvi chi pu..ò!”.
Non aveva ancora detto la ò col punto esclamativo, che davanti a lui apparve Gesù Cristo in persona (proprio lui, non ci si poteva sbagliare: vivo e vegeto, senza barba e coi capelli corti, ma con i buchi al posto giusto, nelle mani e nei piedi).
“Ciao Petarcio! Come stai? Mi vuoi bene ancora?” disse il Salvatore.
“Beh… non male dai… a parte qualche piccolo problemino idraulico.. Ma certo! Lo sai che ti voglio bene!”, rispose il vecchio.
“Bene, bene. Allora ferma l’inondazione e salva le mie pecorelle!”.
“Signore… tu lo sai che ti voglio bene… ma quello che mi chiedi è impossibile! Come faccio io, un povero cristo qualunque, a fermare il Grande Fiume e salvare questo popolo?”
“Beh, ragazzo mio… A parte che i poveri cristi come me posson fare miracoli… A parte che la parola impossibile non esiste nel nostro vocabolario… A parte che non è poi così stratosferico mettere a letto qualcuno… A parte tutto, prendi questo tappo di sughero, e ferma il Danubio”.
“Un tappo di sughero? Ma che diavoleria è questa? Ma come si fa a fermare il Danubio con un tappo di sughero?!? Ridicolo…”.
“Prendi questo benedetto tappo, Petarcio! Salta sulla tua barchetta e vai a fermare il Danubio!” disse con autorità Gesù.
Petarcio fece come gli aveva detto Gesù: prese il tappo, spinse la barca in acqua e col tappo in mano guardava un po’ il tappo ed un po’ Gesù ed un po’ il Danubio, tentando di capire come diavolo fare a fermare il fiume con quel tappo. Intanto la barchetta di Petarcio, trascinata dalla corrente, scendeva verso il mar Nero.
Gesù, sbuffando, gli disse: “Petarcio! Non da quella parte! Dall’altra!!! Prendi i remi e rema verso la Germania! Quante volte devo dirti che a noi piace andare controcorrente? Quando arrivi in fondo al Danubio, capirai”.
Petarcio, non capendoci dentro più nulla, prese i remi e cominciò a remare, remare, remare, finchè risalendo il Danubio gonfio di acque giunse nel Baden Wurrtemberg, e quando finalmente giunse a Furtwangen im Schwarzwald si trovò davanti ad una roccia da cui da un buchino di diametro due centimetri, usciva l’acqua.
“Ma guarda un po’ che coincidenza! Questo buco è largo come il tappo che mi ha dato Gesù, ed il tappo che mi ha dato Gesù è largo proprio come questo buco!”.
Detto questo, Petarcio infilò il tappo nel buco da dove sgorgava il Danubio, e l’acqua finì di uscire. E le acque del Danubio si arrotolaromo come una passatoia nuziale, dalla Germania fino al Delta in Romania. E così gli abitanti di Belene furono salvati dalle acque e dall’inondazione, ed il letto del fiume si prosciugò. E vista la grande secca, trovarono in mezzo al letto asciutto del Danubio tante anfore romane. Ma questa è un’altra storia.
E il povero Petarcio?
Beh… avendo la barca in secca in Germania e volendo tanto tornare a casa a Belene e non volendosela fare tutta a piedi e siccome col Coronavirus gli aerei andavano a singhiozzo… tolse il tappo, lo tagliò in due, se ne mise metà in tasca per ricordo (e per non si sa mai… magari fra qualche anno straripa un altro fiume) e ne rimise l’altra metà nel buco (onde evitare nuove alluvioni). Ed imbarcato sulla sua bella barchetta, si stese a poppa e prese il largo sulle placide acque, stavolta senza remare, ma lasciandosi trascinare placidamente dalla corrrente verso Belene.

10 luglio 2020

Ragazzi!! Stavolta son proprio cavoli amari!

Il diavolo fa delle buone pentole... ma non i coperchi!
E c'è sempre Qualcuno che ne sa una più del diavolo...

Le vicende accorse a baba[1] Chitra[2] Lisiza[3] sono diventate ormai leggendarie nel paese di Bèlene. Quelli che all’inizio furono semplici eventi di vita campagnola, furono poi tramandati di bocca in bocca, e di generazione in generazione, e quindi nei secoli dei secoli… amen!
Per cui vi racconto oggi, dopo aver fatto accurate ricerche presso coloro che furono testimoni di quanto accadde fin dall’inizio, quello che accadde fino alla fine, scremandolo dai fronzoli e dalle ipèrboli e dalle incrostazioni edulcorate accumulate nel tempo.

Prima di diventare una baba vecchia e debilitata, corredata degli immancabili ciumbèr[4] e bastùnce[5], la signora Chitra Lisiza era una gran bella signora, originaria della Nuova Zelandia (nessuno si ricorda come mai sia finita a Belene, proprio agli antipodi della Nuova Zelandia…) e di mestiere faceva la coltivatrice di cavoli, rinomata in tutta la regione. Era diventata così famosa perché a quel tempo ed in quel posto nessuno ne capiva un cavolo di cavoli, mentre lei, proveniente dalla Nuova Zelandia[6].

Dai cavolini di Brussel ai cavolfiori bianchi, viola, verdi, fino al Brassica oleracea capitata, passando per il cappuccetto verde ed il cappuccetto rosso, l’immancabile verza, i cavoli amari ed i cavoli neri, fino al cavolo cinese (e che cavolo! Figurati se i cinesi non producono pure i cavoli!) e ai broccoletti… l’impresa agricola della signora Chitra Lisiza sfornava immense quantità di cavoli di tutti i tipi e colori, che bastavano a sfamare tanta gente sia a pranzo che a cena, e pure a merenda. (Per inciso: fu proprio lei a coniare l’espressione “Mangiar cavoli a merenda”. Una geniale trovata pubblicitaria per aumentare il consumo di cavoli extra pasto… e quindi aumentare la domanda).

Ma…
Ma anche per i cavoli non son tutte rose e fiori e, nonostante tutto l’amore, la cura e la passione della cavolocultrice, un giorno iniziarono ad infiltrarsi sotto di loro tutti i diavoli di questo mondo, portando la Chitra Lisiza sull’orlo della disperazione.
Aprirono le danze i grilli. Vabbè… qualche grillo per la testa non è poi così traumatico, neppure per le coltivazioni di cavoli. E comunque non erano grilli parlanti, per fortuna, ma solo cantanti.
Poi arrivarono, quasi di concerto ed attirati dal dei grilli concerto, i grillotalpa o grillitalpe. Zitti zitti, cominciarono a ravanare sotto terra ed a mangiucchiare le radici degli sfortunati broccoletti.
Quindi, ciecamente guidate dal loro fiuto, schiere di talpe si fiondarono per i campi coltivati e, apriti cielo!, ribaltarono la terra da sottoterra.

Come se non bastasse, poi infestarono le coltivazioni di cavoli, in questo preciso ordine: rane, ranocchie e brutti rospi, formiche con le ali e senza ali, lumache con la casetta e lumaconi senza rulòt (quelli arancioni viscidi, per capirci), centinaia di volpi, alcuni lupi grigi, ululanti sciacalli, pure qualche leone e leopardo, le iene, due coccodrilli ed un orangotango, duemila piccoli serpenti, qualche avvoltoio spelacchiato, gatti, topi ed elefanti… solo gli unicorni ci mancavano!
La povera Chitra Lisiza, che mai aveva visto un’infestazione maligna del genere, aveva un diavolo per capello, e gemeva e sospirava: “Cavolo! Per tutti i diavoli! Che diavolo succede? Queste bestie infernali mandano tutto al diavolo! Per la barba del mio trisavolo Al diavolo tutti! Qui ci vuole un rimedio!”.
Si mise allora a cercare su gugol tutte le ditte esperte in disinfestazione, per poter scacciare quelle diaboliche creature dai suoi campi. Ne trovò tre, le migliori al mondo, che promettevano miracoli.

La prima che arrivò fu la T.L.F.V.I.L.S.[7]. Piazzarono nei campi orrende foto di animali squartati, di lumache spiaccicate, di pellicce di leone e leopardo, di serpenti alla griglia, di formiche arrosto, di talpe allo spiedo… e tutte le bestiacce guardarono le foto e scapparono. Ma quando un lumacone disse: “Oh, ragazzi! Ma siete tutti scemi? Ve la fate addosso dalla paura solo per qualche foto? Su, venite che ce le pappiamo a merenda queste immagini da strapazzo!”, i diavoli in fuga si rivoltarono e tornarono nei campi, ed i lumaconi si papparono tutte le fotografie.

Poi arrivò la Ciurlo nel manico & associati, una “azienda da urlo nel settore”, che “affronta i problemi di petto”, ed i suoi emissari cominciarono ad urlare e a randellare a destra e a sinistra, e divampò la battaglia: la questione di porgere l’altra quancia non esiste tra le bestie. E quando si tira la coda al cane ed al serpente… mica ti batte il cinque. La battaglia continuò per sette giorni e sette notti, senza che il sole si fermasse e con la luna che stette a guardare. E alla fine, con la coda tra le gambe, i ciurlatori nel manico fuggirono a gambe levate, sopraffatti da quella legione di mostri.

Ormai Chitra Lisiza aveva speso tutti i suoi averi, e quando si presentarono gli inviati della terza ditta, la Totò Unto di Tuttopunto & Fratelli Bisunti ex defunti SPA, dovette sconsolata dir loro: “Mi dispiace, ragazzi, ma ho finito i soldi…”.
Con sua immensa sorpresa, nello stupore universale, quelli le risposero: “Non si preoccupi, cara signora! La nostra ditta le offre questo servizio a gratis. Il nostro Boss ci ha detto di venire a scacciare questi diavoletti, senza richiedere compenso. Solo… se desidera e si ritiene soddisfatta del nostro lavoro… qualcosa da mangiare, van bene pure i cavoli a merenda, ed un letto per dormire…”.
“Beh… va bene. Accomodatevi”. E li fece entrare, offrì loro una bella cena e poi li accompagnò nelle stanze degli ospiti.
E quelli fecero un miracolo: nell’arco di tre giorni, senza usare frecce, bastoni, urla e violenza… riuscirono, per tutti i diavoli!, a liberare quei campi da tutte le bestie distruttrici. Come fecero?
Beh…

La mattina, dopo essersi svegliati, girarono per i campi con il loro macinino, su cui era installato un altoparlante. E dall’altoparlante usciva, in ripetizione, lo stessa identica notizia:
“Udite! Udite! Il circo sta arrivando! Il Circo è vicino!
Il Circo è grande… ma i circensi sono pochi!
Cercasi lavoratori per il circo! Stipendio da non credere! Contributi pagati!
Siamo una ditta specializzata, fai un contratto e vedrai che non ti pentirai!
Non vedi che è un vero affare, non perdere l'occasione,
Se no poi te ne pentirai! Non capita tutti i giorni!
Avanti, non perder tempo, firma qua!
È un normale contratto, è una formalitá…
Tu ci cedi tutti i diritti e noi faremo di te un divo da it pareid!”.
Andarono avanti così tutto il giorno, fino al tramonto.

Le bestie, diffidenti per natura, ascoltarono sospettose questa di per sé bella notizia, pensando che fosse una fregatura camuffata. La solita polpetta avvelenata… e ci dormirono sopra. Ovviamente la notte non portò alcun consiglio. Però portò il tarlo del sospetto: “E se davvero arriva il Circo? E se davvero, invece di mangiar terra e cavoli a pranzo, cena e merenda… uno stipendio stratosferico… divo da it pareid… uhmm”.
E quando al mattino queste creature infernali si svegliarono e videro che quegli operai della ditta stavano erigendo il tendone del circo… beh, non credettero ai loro occhi: “Ma allora è vero! Ma allora è vero che il Circo sta arrivando!”, e corsero tutti in fila, sciamarono come una marea, si riversarono a sottoscrivere il contratto per essere immediatamente assunti nel Circo.
Le assunzioni continuarono tutto il giorno, fino a tarda notte.

Ormai nei campi restavano solo i cavoli, senza anima viva nei paraggi.
Tutte le bestie si erano accampate attorno al tendone del Circo, in attesa di entrare per  svolgere il proprio numero.
La mattina dopo, il signor Totò Unto in persone comparve all’ingresso del tendone e disse:
“Oilà! Buondì a tutti! Venite, benedetti circensi! Diamo inizio alle danze! Ora vi chiamerò uno ad uno per nome, secondo il contratto, e voi mi mostrerete le vostre sovrumane capacità”.
E fu così che per tutto il terzo giorno le bestiole si esibirono, ognuna nel loro numero, e il signor Unto ne fu completamente soddisfatto. Alla sera, conclusi i provini, le radunò tutte nel tendone, e disse loro: “Ora andate a riposare, creature stanche ed oppresse dal caldo e dal lavoro infernale! Siete tutti assunti! (boato di gioia). Avrete la paga che vi spetta alla fine del tour! (altro boato di gioia). Ora dormite, domani si parte! (Ulteriore boato)”.
Ovviamente, invece di andare a dormire, quegli esseri passarono tutta la notte a brindare ed ubriacarsi, e la mattina dopo erano mezzi rincitrulliti e non capivano più un cavolo.
Solo un piccolo brutto rospo, che neppure baciato dalla più bella principessa sarebbe diventato bello, si svegliò tra i fumi dell’alcol, vide che erano tutti rinchiusi in gabbia, e con un lampo di genio capì tutto, e disse: “Ragazzi! Stavolta son proprio cavoli amari!”. Ma ormai la frittata era fatta, il dado era tratto, dalle stalle eran scappati i buoi... ed era inutile piangere sul latte versato, e comunque del senno di poi son piene le fosse e di buone intenzioni è lastricato l'inferno.
Il corteo del Circo partì, e tutte le bestie partirono col circo.
E da allora più nessuno le ha più viste da queste parti.
I cavoli della Chitra Lisiza prosperarono, e tutti vissero felici e contenti.
Al di là del loro aspetto a svolte spaventoso... le creature infernali son solo, per tutti i diavoli, animali da circo!


[1] In bulgaro la “baba” è la nonna (anche se non ha figli e nipoti), la vecchietta, la donna anziana, la signora giuntà nella terza età.
[2] “Chitra” in bulgaro significa “Furba”, nel senso di astuta, scaltra, acuta.
[3] La “lisiza” in Bulgaria è la volpe. E vale sia per la volpe femmina, che per il volpe maschio.
[4] Il “ciumbèr” è il classico velo colorato e variegato che le babe bulgare portano in testa.
[5] Il “bastùn” in lingua bulgara indica quello che gli italiani indicano come il “bastòne”. Il “bastùnce” sarebbe un piccolo bastone, ma non un bastoncino, piuttosto il bastone da passeggio.
[6] Per chi non lo sapesse, non a caso in Bulgaria il cavolo non lo chiamano “cavolo”, ma “zele”: infatti questo ortaggio proviene dalla Terra del Cavolo “= ZELE – LAND”.
[7] Acronimo industriale per la famosa ditta “TeLaFaccioVedereIoLa Strega”.